Parolacce: perché non smetteremo mai di dirle

Il quarantasettenne caporedattore centrale del mensile Focus, dopo il grande successo del libro Parolacce, pubblicato nel 2006, si è aggiudicato a pieni voti il bizzarro titolo, per aver trattato in 380 pagine del saggio di psicolinguistica, 4.000 anni di insulti, oscenità, imprecazioni, maledizioni… Dai Babilonesi a Benigni. Tartamella, ha aggiornato la classifica planetaria delle scurrilità insieme allo scienziato Reinhold Aman, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l’autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l’altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo. “Uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche”- lo ha definito Tartamella. Nella stesura del suo prossimo (imminente) libro, il giornalista scientifico ha compilato una statistica confrontando migliaia di dati, a quanto pare “Oh, merda!” , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l’espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre “cazzo” resiste al vertice delle preferenze italiche: “Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi”.

Tartamella ha raccontato come, dall’idea di un articolo sul turpiloquio, sia passato alla scrittura di un libro e non solo, su Focus.it l’angolo parolacce si è trasformato in un blog, gestito e scritto proprio da lui. Nel libro Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: “Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà” e a tal proposito ha dichiarato:” La parolaccia ha spostato sul piano simbolico l’aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d’uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l’espressione va’ a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie.” E spiega:” In Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell’Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell’etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali.”

Le parolacce dunque servono a verbalizzare un’emozione forte, sorprendente è il fatto che, le parole sono controllate dall’emisfero sinistro del cervello, le parolacce da quello destro, che presiede all’emotività. E’ stato dimostrato che in seguito a traumi possiamo perdere la parola, ma non le parolacce. Per quanto riguarda il beeppaggio e la censura, Tartamella risponde:” Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss”. Perfino nella Bibbia ha scovato il turpiloquio, a dimostrazione di quanto in profondità affondi le sue radici nella storia e nella cultura. “Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c’è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”. Le dicevano Mozart, Leonardo da Vinci, Dante, Shakespeare, Bukowski e Umberto Eco. Sono nella Bibbia e nei geroglifici egizi. E sono uno dei ferri del mestiere dei comici (da Roberto Benigni a Elio e le storie tese) e dei politici, da Benito Mussolini a Umberto Bossi (che nel 1997 bollò l’ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”). Le parolacce sono fra le più antiche nella storia dell’uomo, riescono ad esprimere l’inesprimibile e a ferire l’avversario senza toccarlo. Senza scandalizzarsi, conclude Tartamella: “Solo la psicologia può spiegare perché il pene è un jolly linguistico che può esprimere sorpresa (cazzo!), offesa (cazzone), elogio (cazzuto), noia (scazzo), rabbia (incazzato), approssimazione (a cazzo).”

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Valentina Evangelista

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