Il Roma Fiction Fest riesuma Six Feet Under e la famiglia Fisher

Sono passati quindici anni dal lontano 3 giugno 2001, quando il pilot di Six Feet Under rivoluzionò il mondo delle serie tv proponendo al pubblico una tematica insolita e difficile da digerire: la morte. Nonostante la consapevolezza che questo tipo di tematica faccia inesorabilmente parte della vita, la tv non le aveva mai dato un ruolo da protagonista, da colonna portante di uno show, e già per questo la serie HBO, premiata con nove Emmy e tre Golden Globes, nonché inserita da Time tra i cento migliori telefilm di tutti i tempi, può annoverarsi tra i grandi capolavori della storia della televisione. Per questo motivo il Roma Fiction Fest quest’anno ne ha proposto una maratona, così da poter rivivere (o scoprire per la prima volta) quanto possa essere indissolubile il legame tra la vita e la morte.

six feet under Ideata da Alan Ball, già acclamato per American Beauty (ma successivamente inciampato in True Blood!), ha regalato alla HBO ascolti medi compresi tra i 4 ed i 6 milioni di telespettatori per stagione. Il titolo, come è intuibile, fa riferimento alla profondità in cui vengono interrate le bare negli Stati Uniti (6 piedi, ovvero 1,83 metri). Nell’arco delle 5 stagioni (63 episodi totali), Ball racconta la storia complessa, provocatoria ed irriverente di tre fratelli, costretti a gestire un’impresa di pompe funebri in seguito alla tragica ed inaspettata dipartita del pater familias, ma soprattutto, la storia di una famiglia lacerata da incomprensioni, segreti, silenzi pesanti come macigni, una famiglia che non ha nulla a che vedere con quelle stile Mulino Bianco viste fino a quel momento in tv.

Accennavamo al fatto che la morte è la vera star dello show, e lo spettatore se ne accorge già nelle prime sequenze del pilot: Nathaniel Fisher (Richard Jenkins), il fondatore dell’impresa di pompe funebri Fisher & Sons, nonchè il padre di David (Michael C.Hall), Nate (Peter Krause) e Claire (Lauren Ambrose), protagonisti della storia, dopo una telefonata con la moglie Ruth (Frances Conroy), viene travolto da un furgone e muore. E nei successivi episodi la morte diventa il prologo di ogni storia, mentre è la vita che introdurrà l’ultima emozionante puntata. Ma attenzione, nonostante la morte sia il tema portante di Six Feet Under, e lo show ci mostri il lavoro dei Fisher, (che affrontano con spiazzante lucidità), il tutto non può che essere intriso da uno sdrammatizzante humour nero che rende certe situazioni più digeribili.

Ne sono un esempio alcune morti assurde, al limite del grottesco, che non possono che far sorridere chi guarda e affrontare in maniera diversa dal solito uno dei temi più complessi e misteriosi della vita (Ad esempio, la morte preferita di chi vi scrive, è quella di una donna che, mentre è alla guida della sua auto, vede librarsi in cielo delle figure biancovestite che scambia per angeli, scende dall’autovettura e, nel bel mezzo della strada, si mette a salmodiare nel traffico e, come c’era da aspettarsi, viene travolta da un’auto in corsa. Le figure biancovestite che svolazzavano nel cielo azzurro della California altro non erano che bambole gonfiabili perdute da un furgone che transitava lungo la stessa arteria!).

six feet underL’incipt può sembrare un banale tentativo di imitare la solita trama da dramma familiare, ma non lo è, perchè Six Feet Under è un affresco di vita in cui sono stati dipinti tutti i sentimenti esistenti, gioia, amore, sofferenza, distacco, perdita, dolore, malattia, morte, sono tutti lì brutalmente sbattuti in faccia allo spettatore durante i 63 episodi con le vicissitudini dei componenti di questa famiglia americana. Nate, figlio maggiore che si era allontanato da casa per non gestire l’odiata attività di famiglia, ritornerà per aiutare il fratello nella gestione dell’impresa di pompe funebri; David, il fratello, l’esatto opposto, dedito al lavoro, fedele all’attività e perennemente in contrasto con se stesso a causa della sua omosessualità che non riesce a rivelare alla famiglia; la figlia Claire, la tipica ribelle “hipster” anni 90; la madre Ruth, donna dalle mille sfaccettature che non riesce a gestire la morte del marito e, soprattutto, la delicata situazione familiare che piomba, all’improvviso, tutta sulle sue spalle …

Molto del merito del successo di Six Feet Under va anche agli interpreti che si sono calati nei panni della famiglia Fisher ed in quelli di coloro che li circondavano: Michael C. Hall, il Dexter (inter)nazionale, Peter Krause (Dirty Sexy Money e Parenthood), Lauren Ambrose (Torchwood e X-Files 10), Frances Conroy (How I Met Your Mother, Happy Town, American Horror Story), Freddy Rodríguez (Cinque in famiglia, Scrubs, Ugly Betty), Mathew St. Patrick (Law & Order,  Private Practice, Sons of Anarchy), Kathy Bates, che non ha bisogno di presentazioni … E se purtroppo non esiste un Oscar per le serie tv le 57 vittorie e le oltre 162 nomination a premi come Golden Globes, Emmy Awards e Screen Actors Guild Awards, hanno mostrato con chiarezza che Six Feet Under aveva (ed ha) tutte le qualità necessarie per dimostrare che la distanza tra cinema e televisione non esiste.

E purtroppo, così come per la vita, è giunta anche una conclusione per la serie, una conclusione forse prematura e soprattutto insolita per quelle che sono le logiche televisive, dato che lo show registrava sistematicamente ascolti incredibili. La fine è stata voluta proprio dall’autore Alan Ball: “Quando hai realizzato più di 60 episodi e hai raccontato più di 60 ore di storia è ora di chiudere. Ogni show ha una data di scadenza ma gli autori spesso la ignorano per motivi economici”.

Ed il season finale di Six Feet Under è una mazzata in fronte che lascia un bernoccolo indelebile e grosso come un ananas: un capolavoro di morte che viaggia sulle note di “Breathe Me” di Sia Furler, che strazia, forse anche troppo. Quei tremendi 6 minuti finali dell’ultimo episodio organizzati in una serie di flashforward, rappresentano uno dei finali di stagione più perfetti e ben riusciti di sempre: tutti nasciamo, tutti moriamo ed i Fisher non possono fare eccezione perché la signora con la falce con la quale hanno vissuto a stretto contatto per tutta la vita, prima o poi finisce per portarsi via anche loro. E con i Fisher si porta via anche tutte le nostre lacrime e ci lascia un vuoto incolmabile ed una riflessione: “Every day above ground is a good one!”.

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Claudia Pellegrini

Nasce a Sora nel lontano 1978. Cresce divorando libri di ogni genere e consumando penne su fogli di quaderno. Tra una storia e l’altra si diploma al Liceo Classico, e sceglie di lasciarsi alle spalle la Ciociaria ed i gatti per tentare la fortuna a Roma dove, nel corso degli anni, consegue prima una Laurea Magistrale in Lettere Moderne, e poi, più per noia ed abitudine che per amore dello studio, ritorna nei corridoi della Sapienza per conseguirne un’altra in Editoria e Scrittura. Lettrice seriale e maniacale (toglietele tutto ma non i suoi libri), “gattara” e pizzaiola, divoratrice di film horror e serie tv, nonostante sia ormai un reperto archeologico ancora non ha trovato la sua strada nel mondo. Forse è nascosta tra le pagine di un libro magari scritto proprio da lei.