Riforma del lavoro: l’Italia-Germania di Renzi

La Germania: ” Un modello, non un nostro nemico” afferma il Premier mentre sull’articolo 18 rilancia il refrain simbolico: “Un po’ ideologico […] i casi che vengono risolti sulla base dell’art 18 sono circa 40mila e per l’80% finiscono con un accordo. Dei restanti 8000, solo 3000 circa vedono il lavoratore perdere. Quindi noi stiamo discutendo di un tema che riguarda 3000 persone l’anno in un paese che ha 60 milioni di abitanti”. Le intenzioni, chiarissime: ripartire dal lavoro per dare una scossa all’economia e abbattere finalmente quel 12,6% di disoccupazione che tanta mala pubblicità fa al club dei rottamatori. Il provvedimento il cui testo è ancora ignoto, completerebbe la serie di interventi già avviata nel dl 34/2014 ((Decreto Poletti) intervenuto sulle due tipologie contrattuali più in voga al momento: contratto a termine e apprendistato; misura di fatto insufficiente quanto deleteria. L’OCSE  bacchetta il Governo, nel Report 2014 valuta il decreto come l’arma a doppio taglio dell’occupazione italiana i cui effetti hanno contrapposto alla più ampia flessibilità un abuso della contrattazione a termine senza stimolare la stabilizzazione a tempo indeterminato. D’altronde le statistiche parlano chiaro sia in termini quantitativi: solo il 55% della popolazione in età da lavoro risulta occupata; che in termini qualitativi: gli ammortizzatori sociali non funzionano mentre il luogo di lavoro comporta un elevato livello di pressione e la necessità di svolgere mansioni complesse con risorse limitate. Da qui, l’ennesimo cambio di rotta del Premier, i “Mille giorni” che ci stupiranno, in giri di volta e parappappero. Il Jobs act si plasmerà sul modello teutonico e su quella riforma Schroeder che permise nel 2005 un abbattimento della disoccupazione tedesca dal 10% al 4%. Inutile dire che anche in tal caso, la strada da battere è sempre quella della flexibility, il sistema di precarizzazioni che nella Bundesrepublik si traduce in una serie di contratti denominati MiniJob e MidiJob, “dipendenti marginali”, dove il lavoratore a fronte di un minimo salariale di 400 euro diventa facilmente collocabile mentre il datore trae vantaggio da mano d’opera a basso costo ed al minimo delle tutele. Un disequilibrio a cui si aggiungono misure compensatorie sul piano degli ammortizzatori sociali: una serie di garanzie che sommate costituiscono un reddito di cittadinanza: sussidio per l’affitto, sussidio per le spese e l’alimentazione e il sistema pleacement punto forte della struttura sociale tedesca. Quest’ultimo, un meccanismo atto ad accompagnare il soggetto nella fase di inserimento e ricerca del posto di lavoro e non solo in quella d’uscita. Estendendo, infatti, a tutti il sussidio di disoccupazione, il “pleacement” attiva una serie di contrappesi che tramite una rete di collocamento agevola la ricerca dell’impiego, decurtando il sussidio al lavoratore che non accetti il lavoro offertogli. Grande attenzione, anche, sul piano della formazione professionale dove la Germania, interviene in modo centralizzato, investendo in buoni per la formazione, job center e agenzie interinali con misure mirate agli over-50.

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Tenuti alti umori ed aspettative, in attesa di un testo definitivo, non resta che pregare per un provvedimento che eviti di essere la brutta copia di soluzioni oltre confine. Al momento non resta che immaginare l’odore del crauti all’italiana, la rivoluzione democratica che stravolgerà, sull’onda del würstel, l’intera Penisola lavorativa. Certo è che passare dall’idea di un contratto a tutele crescenti, così com’era stato annunciato dalla segreteria del PD, al modello tedesco c’è una bella differenza. Il rischio è che l’ottimismo renziano si traduca in una serie di norme che agiscano sulla flessibilità per precarizzare senza ristrutturare, confondendo l’elettorato. D’altra parte tra hastag e slogan, è alquanto difficile capire dove inizi la realtà e dove finisca la sponsorizzazione. Riavvolgendo il nastro, ci si accorge come i termini si confondano. Così, flessibilità diventa precarietà che significa creare occupazione di bassa qualità, a condizioni salariali minime, per dar respiro alle imprese sulle spalle dei dipendenti. Accompagnare questa regressione di civiltà con un reddito minimo garantito, tramite sussidi di disoccupazione universali, rappresenta semplicemente un argine di umanità. Chiarire questi punti si traduce in trasparenza. Il Jobs act non aiuterà a vivere meglio ma casomai a sopravvivere dignitosamente. Mille giorni o meno l’era del lavoro last-minute è appena iniziata, non resta che prepararsi allo scontro a colpi di curriculum con la speranza di aggiornarli solo ogni sei mesi.

Fonte: IlSole24ore, PMI.it, Report OCSE sul Lavoro- Scheda Italia

@FedericaGubinel

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Federica Gubinelli

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