Dopo il referendum: quali sono le prospettive?

A pochi giorni dal 4 Dicembre sono ancora in molti gli indecisi tra il Sì e il No, ma quali sono le prospettive dopo il referendum? In questi giorni sia il fronte del Sì che quello del No sono nella fase più calda della campagna elettorale, cercando di convincere gli indecisi. Ma molti giochi sono fatti e forse un modo per avere più chiare le idee è provare a immaginare le conseguenze del voto. Cosa succederà dopo il referendum? Proviamo ad analizzare gli scenari che potrebbero aprirsi a seconda che vinca il Sì oppure il No.

 

Cosa succede dopo il referendum se vince il SÌ

dopo il referendum sìCome tutti sappiamo, il maggior sostenitore di questa riforma costituzionale è Matteo Renzi e più in generale il governo che lui presiede. A livello politico una vittoria del Sì sarebbe un enorme successo per il Presidente del Consiglio. Diverrebbe il primo nella storia repubblicana ad apportare modifiche così sostanziali e profonde alla Costituzione. Un’ottima carta da giocarsi nelle future elezioni politiche. La fine del mandato dell’attuale governo, infatti, è fissata per il 2018. Renzi ha tutta l’intenzione di candidarsi alla guida del Paese anche dopo il referendum: tutto sta nel vedere quando si voterà. Perché se la riforma costituzionale dovesse passare, l’attuale Senato della Repubblica decadrebbe. Sarebbe infatti anticostituzionale appena la riforma verrà varata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Sì presenterebbe allora la necessità di formare immediatamente il nuovo Senato, una prospettiva che non potrà certo aspettare la fine naturale della legislatura. Dunque le prospettive sono due: o si va al voto politico, oppure si passerà direttamente alla nomina dei “nuovi senatori” presi dagli attuali sindaci e consiglieri regionali e provinciali. L’attuale governo si regge precariamente sui voti del Senato, mentre ha una buona maggioranza alla Camera. La riforma costituzionale assegna il voto di fiducia al governo alla sola Camera dei Deputati. Quì, come detto, Renzi gode di una buona maggioranza, mentre NCD (l’altro partito di governo) conta di appena 30 voti. In parole povere, il sostegno del partito di Alfano al governo non sarebbe più così indispensabile. Con le ultime elezioni amministrative, inoltre, il PD ha perso molti comuni e non è certo che il Nuovo Senato potrà avere una maggioranza favorevole a Renzi. Anche all’interno dello stesso Partito Democratico gli equilibri sono sottili: non sono tutti a favore di questa riforma, come non sono tutti convinti della guida renziana. Una vittoria del Sì potrebbe portare anche a qualche destabilizzazione nella dirigenza del PD dopo il referendum.

 

Lasciando stare per un attimo la politica, concentriamoci più su cosa accadrà praticamente dopo il referendum. Questo è forse il terreno sul quale il fronte del Sì vacilla maggiormente. Sono infatti ancora molte le domande senza una risposta precisa sulle modalità di attuazione della riforma stessa. Ad esempio non è stato chiarito come verranno scelti, nominati, indicati o eletti i nuovi senatori. Sappiamo che verranno scelti tra i consiglieri regionali (74), sindaci (21) e 5 senatori indicati dal Capo dello Stato. Ma chi e come li nominerà? Questa è una domanda a cui non è ancora stata fornita una risposta chiara. Di sicuro dopo il referendum, quindi, sarà necessario approfondire questi temi, probabilmente modificando, finalmente, l’attuale legge elettorale.

 

Cosa succede dopo il referendum se vince il NO

dopo il referendum noA sostegno del No possiamo annoverare praticamente tutti i partiti che non fanno parte dell’attuale governo. Dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia, passando per la Lega e SEL. Molte delle motivazioni per il No al referendum costituzionale sono riconducibili a un voto contro Renzi più che sui contenuti della riforma. Uno dei dati che più pesano sull’esito referendario e sul destino di Renzi dopo il referendum, è una dichiarazione dello stesso premier che promette le sue dimissioni nel caso la sua riforma non dovesse passare il giudizio delle urne. Una prospettiva che Renzi si è guardato bene dal ripetere e rinnovare nell’ultimo periodo, quando i sondaggi pubblicati davano il No in netto vantaggio. Che Renzi si dimetta o meno è un dato irrilevante. I partiti di opposizione giocheranno la carta “aveva promesso di dimettersi, ora deve andare a casa”, in caso di sconfitta del Sì. D’altro canto invocheranno nuove elezioni se dovesse vincere il Sì. Ma le argomentazioni più forti nel fronte del No non sono sull’operato di Renzi. Sì riferiscono principalmente ai molti dubbi e incertezze che questa riforma sta già portando a galla. Alcuni di questi dubbi li abbiamo già espressi ma ve ne sono molti altri. Ad esempio sulla durata dei mandati dei nuovi senatori. La riforma dice chiaramente che il mandato dei senatori sarà uguale a quello da consigliere regionale o da sindaco. È sicuramente una questione di coerenza: se il Senato sarà rappresentante delle territorialità è anche giusto che la sua durata vada di pari passo con quella degli enti locali. Il problema è che la durata delle legislature regionali e comunali non è uguale su tutto il territorio nazionale. Questo creerà un continuo rimpasto del nuovo Senato parallelamente ai rinnovi delle singole regioni o dei diversi consigli comunali. Non è poi chiaro se i senatori manterranno le loro funzioni nella regione o nel comune di appartenenza oppure no. Per fare un esempio, se il sindaco di Roma dovesse essere nominato anche come senatore, potrà ricoprire efficientemente entrambi i ruoli, con tutto il carico di responsabilità e tempo che questi comportano? La prospettiva dipinta dai sostenitori del No va quindi a scontrarsi con il principio di semplificazione che la riforma vorrebbe portare avanti. Dopo il referendum ci sarà davvero maggiore semplificazione? Questi dubbi sembrano essere già troppi per poter dire che l’amministrazione della cosa pubblica sarà davvero semplificata.

 

Le prospettive catastrofiche dipinte da alcuni sostenitori del Sì in caso di vittoria del fronte opposto sono però da stemperare. Infatti non è assolutamente vero che questa debba essere l’ultima occasione per cambiare le cose. Di certo non può essere Renzi né uno dei ministri del suo governo a dettare l’agenda politica dei prossimi anni. La vittoria del No non va letta come la tomba del riformismo o come il muro su cui si schianta ogni desiderio di cambiamento. Il sistema legislativo italiano è indubbiamente anacronistico: troppo lento e macchinoso per il momento storico attuale. Ma siamo davvero sicuri che la base del nostro sistema-nazione, ovvero la nostra Costituzione, debba essere scritta e modificata dal partito di governo?

Ovviamente dovremo aspettare l’esito delle votazioni per capire come le cose cambieranno dopo il referendum. Sono davvero tante le domande a cui il governo deve ancora dare una risposta. Di sicuro possiamo dire che, comunque andrà, la data del 4 dicembre sarà un punto focale della politica del nostro Paese per il futuro prossimo. Al futuro vero, quello dei prossimi decenni, sembra non pensarci ancora nessuno.

 

 

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Giulio Gezzi

Laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata. Da sempre interessato alla politica e alla storia contemporanea almeno tanto quanto alle serie tv, al cinema e al calcio. La ricerca dell'autonomia è quello che mi ha guidato fin'ora.