Taranto: la Magistratura si appella alla Corte Costituzionale

 Non si può non chiamare coerenza infatti, quella con la quale nel modo più ostinato possibile il governo tecnico si è posto in ostacolo al libero lavoro della magistratura tarantina, al lavoro sul caso Ilva da 7 anni. 

Il cosiddetto salva-Ilva, da taluni spesso rinominato salva-Riva, fu il primo vero e proprio bastone in mezzo alle ruote dei pm tarantini, messi con le spalle al muro da un decreto che di fatto annullava l’ordinanza di sequestro per gli impianti dell’acciaieria. Lo scontro è altresì proseguito, innescando un continuo status di tensione tra lavoratori e liberi cittadini, magistratura e cassa integrati, pro-Ilva e contro-Ilva. Si è trattata di una vera guerra tra poveri: qualcosa che per certi (tanti) versi ha molto ricordato la situazione della Val di Susa, ove “il fine giustifica i mezzi” è sembrato un diktat più che un proverbio. E così seguendo, dal Ministero dell’Ambiente (della tutela del territorio e del mare) arrivò il colpo da 90 con l’ordine di dissequestro di quei prodotti lavorati e depositati sulle banchine del porto di Taranto, realizzati in quei tempi in cui gli impianti erano sotto sequestro.

Il botto di fine anno lo presenta nuovamente la caparbia procura tarantina che ha inviato un ricorso alla Corte Costituzionale citando, nei fatti ma dall’altra parte dello specchio, quello che era esattamente il punto di vista dell’ormai ex ministro Clini col quale abbiamo aperto l’articolo: ad ognuno il suo (conflitto di attribuzione, ndr). Impedimento dell’esercizio dell’attività penale ed addirittura incostituzionalità per quanto concerne le singole norme di questo ormai celeberrimo decreto 207, saranno i capi d’accusa. “La legge è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale”, dicevano.

Ciò che lascia assai perplessi e con molto amaro in bocca, è la lontananza dei poteri politicamente forti (o presunti tali) dalle questioni espresse da quei 15-20 mila tarantini che il 15 dicembre scorso, nel silenzio totale dei media, sono scesi in piazza per chiedere vita e lavoro, beni che in un capoluogo di 200mila abitanti, tra i più grandi del mezzogiorno, paiono diventati inconciliabili. Beni che altrove si chiamano giustizia. Beni per i quali nessun politico, Angelo Bonelli (Verdi) a parte, è sceso quel giorno a colloquiare, dialogare, manifestare e confrontarsi con la gente comune. Neanche il sindaco e il presidente di provincia (indagati). Neanche il Governatore Vendola. Un silenzio generale dal quale emerge, ancora una volta, il grido isolato di una magistratura testarda, giustizialista, decisa a proseguire la sua battaglia in nome della legalità. La partita è ancora aperta. Per fortuna.

 

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Mauro Agatone

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