Quei ribelli che non interessano a nessuno: il caso Turchia

Sembrava la nascita di una nuova primavera araba, con giovani scesi in piazza a manifestare contro l’abbattimento del parco cittadino che avrebbe dovuto far posto a una moschea ed a un centro commerciale. Prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo invase dalle news, dirette su Twitter e mobilitazioni varie per quella che fu definita la prima vera e propria rivoluzione nata dai social network.

Per un po’ non se ne è sentito più nulla, ma in verità nella terra che fu di Costantinopoli e dell’Impero Ottomano, la tensione è sempre rimasta alta. Le proteste sono infatti seguite copiose e reiterate nel corso dell’estate: non all’altezza della famosa prima ondata, ma tali da guadagnare una discreta attenzione e causare ulteriori grattacapi alle forze governative. Ora, però, è serio il rischio che il tutto, un’altra volta, sfugga dalle mani.
Il cuore geografico stavolta è leggermente più a est, spostato nella capitale Ankara. Le motivazioni, invece, sono praticamente analoghe; si vuole avviare un progetto di cementificazione che interesserebbe il campus dell’Università Tecnica del Medio Oriente (METU): una parte di esso verrebbe toccato dalla distruzione del bosco adiacente, che farebbe così spazio a una nuova autostrada dallo stratosferico numero di 8 corsie. Un piano ritenuto insopportabile e insostenibile da quei ragazzi che già una volta, inizialmente in modo pacifico, si prestarono a compiere quella che divenne una vera e propria battaglia, cominciata a tinte verdi e tristemente conclusa in un profondo rosso. Anche stavolta, peraltro, l’eco si è propagato. Complice, ieri sera, la chiusura da parte della polizia del celeberrimo Gezi Park, Istanbul ed Ankara si sono ancora una volta ritrovate collegate da un invisibile filo di protesta e di violenza. Si sono ripetute scene già – purtroppo – viste e riviste: cariche antisommossa, gas lacrimogeni e quant’altro sono tornati attori sulle scene tristi di un teatro usurato e pestato in nome dell’economia e del profitto.

È nato così un preambolo di quello che potrebbe essere un vero e proprio rewind della calda pre-estate turca:14 persone fermate, insofferenza crescente, “rinforzi” nelle piazze, disordini in aumento, con la polizia che sembra ben lungi dal placare gli animi e le cui azioni paiono più indirizzate a forzare le barricate, che protese verso atti di mediazione. È per questo che stamattina il Rettore della METU ha invocato la ricerca di una soluzione democratica che ponga fine alle caotiche circostanze attuali. Una grande, ulteriore grana per il Governo di Recep Erdogan, alle prese non solo con una possibile guerra imminente alla frontiera, ma anche con la scomoda rappresaglia degli appartenenti al Partito dei lavoratori del Kurdistan.
Insomma, per il Premier turco non è per niente un gran periodo. È per questo che sorge, malsano, un sospetto: che la rapida approvazione alla guerra in Siria abbia anche ragioni di ricerca – o ritrovo – del consenso popolare?

di Mauro Agatone

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