Israele tra sit-com e House of Cards

L’abbiamo visto ieri parlare impettito davanti al Congresso degli Stati Uniti della necessità di intervenire sulla politica nucleare dell’Iran. L’abbiamo visto continuare il braccio di ferro con Obama. Eppure in casa propria sembra che Netanyahu si sia ridotto a essere semplicemente Bibi (come viene soprannominato), un uomo che punta al quarto incarico consecutivo come premier di Israele passando attraverso una campagna elettorale a tratti ridicola. Israele si prepara a recarsi alle urne il 17 marzo, ma non sembra che i candidati alla prima carica del Paese abbiano preso la cosa tanto sul serio, almeno a giudicare dai loro programmi e dalle loro campagne elettorali. Questo è lo spot messo in circolo dall’attuale premier e candidato del partito Likud, Benjamin Netanyahu:

Gli autori del video fanno entrare in scena il premier-candidato con una battuta da far cadere le braccia: alla coppia che si appresta a uscire, bisognosa di una baby-sitter per i figli, corre in aiuto il buon Benjamin che esordisce così: «Avete chiesto una baby-sitter? Avete avuto un Bibi-sitter!», affidando così la riuscita dello spot elettorale a uno spicciolo gioco di parole con il suo soprannome, “Bibi” appunto. Dalla fase simpatica, che è tutto dire, si passa poi a quella di denigrazione dell’avversario: prima del nuovo leader del partito laburista Isaac Herzog, detto “Buji”, e poi dell’ex ministro della Giustizia e attuale leader del partito HaTnuah, Tzipi Livni. Ma è l’atto terzo della tragedia quello forse più inquietante: quando la coppia rientra a casa dicendo «Shalom», ovvero “pace”, Netanyahu risponde con il suo motto: «Non incondizionatamente». Dunque in questo video virale uno solo è il punto messo in luce del programma politico di Likud: la linea dura nella questione Gaza.

Sembra che l’ilarità attraveri tasversalmente tutte le parti di questa tornata elettorale. Il partito dell’ultra destra Habayit Hayehudi (“Casa Ebraica”), guidato dal ministro dell’Economia Naftali Bennet, ha prodotto un video con un set che potrebbe essere di Scrubs o di una qualunque serie tv ambientata in un ospedale: il paziente steso sul lettino è allegoria di un Israele malato a cui il dottore prescrive un farmaco, Habayit Hayehudi, appunto. Anche i piccoli partiti si danno da fare, come il centrista Kulanu, guidato da un Michael Oren che, smessi i panni dell’ambasciatore Onu, si lancia in un’imitazione del Kevin Spacey della celebre serie televisiva House of Cards.

Intervistato dall’Huffington Post, lo storico israeliano Zeev Sternhell esprime scoramento: «Se c’è un elemento trasversale agli schieramenti politici è la statura dei vari leader: davvero non elevata. Oggi Israele è orfana di leader all’altezza delle grandi sfide del presente» e ancora «Queste elezioni sono la traduzione italiana del Gattopardo: tutto cambi perché tutto resti uguale. E se c’è un dato che contrasta con questo assunto, è purtroppo negativo: il suicidio politico di ciò che resta della sinistra israeliana». In effetti la sinistra si è fatalmente disgregata. Il Meretz, partito di riferimento per chi ancora crede in un dialogo con i palestinesi, si è annacquato confluendo nel partito laburista. I comunisti marxisti di Hadash invece si sono uniti con gli islamisti di Ram-Ta’al e con i nazionalisti laici di Balad in un’unica lista di stampo arabo-israeliano marcata da forti differenze interne ma unita contro la “destra razzista”. Questo melting pot deve la sua nascita alla necessità di sopprivere all’innalzamento della soglia di sbarramento al 3,25%. Tra sciocche campagne elettorali e improbabili alleanze, le grandi assenti continuano a essere le idee.

 

@Fra_DeLeonardis

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Francesca De Leonardis

Nata a Pescara il 6 Agosto 1986, sono cresciuta a libri e Nutella. Prima di approdare su LineaDiretta24 ho lavorato come reporter per la web tv Uniroma Tv e mi sono innamorata del microfono tanto quanto della penna. Lettrice ossessivo-compulsiva, ho sempre un libro in borsa. Sogno di svegliarmi Katy Perry o analista politica, nel frattempo faccio la giornalista. Non fiori ma mazzi di scarpe.