Crisi in Libia, il ruolo dell’Italia e la soluzione che non c’è

La Libia sempre più come L’Iraq e la Siria. Solo negli ultimi sette giorni sono stati 9 i raid americani nel Paese, mentre appare chiaro a tutti che difficilmente la guerra potrà essere vinta nei cieli. A Sirte, dove il conflitto si combatte metro per metro, i miliziani dell’Isis non sono più di un migliaio, eppure la strada verso la liberazione della città si sta rivelando ben più difficile del previsto. I droni non sono sufficienti: qui gli americani bombardano soprattutto di notte e riescono a colpire tank, depositi e postazioni sensibili. Troppo poco però, perché ci sia una svolta decisiva nella crisi in Libia: secondo quanto riporta il Corriere della Sera, gli arsenali più importanti sono nascosti nei sotterranei e i missili intelligenti USA non sono in grado di individuarli; una delle ragioni per cui la battaglia contro Daesh si protrae tanto a lungo, contro ogni previsione iniziale. L’intervento americano ha comunque modificato profondamente la geografia del conflitto. In meno di un mese i territori controllati dallo Stato Islamico si sono fortemente ridimensionati, anche se sulla fine delle operazioni non ci si vuole sbilanciare. L’obiettivo, ora, è quello di riprendere Sirte.

Crisi in Libia: un paese diviso

Nel caos libico combattono decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza politica ed etnica. La crisi è aggravata dalla presenza di due governi: da un lato quello sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’altro il parlamento guidato dal presidente Aguila Saleh, declassato dopo l’insediamento a Tripoli del governo voluto dalla coalizione internazionale. Tra le figure cruciali per la risoluzione della crisi in Libia c’è anche quella del generale Khalifa Haftar, comandante delle forze armate libiche che più di una volta ha rifiutato di collaborare con l’esecutivo insediato a Tripoli. Tra gli attori di questa complicatissima crisi anche l’Isis, che in Libia è formato da combattenti reclutati nelle moschee e addestrati in Siria e da numerosi foreign fighters. Seppur ridotta, la presenza di Daesh preoccupa non solo il governo del paese, ma anche la comunità internazionale e Alba libica, la principale coalizione di forze islamiche moderate ed estremiste che controllano la parte ovest della Libia.

Il ruolo dell’Italia

Il primo agosto gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte nella guerra allo Stato Islamico dando il via alle operazioni in Libia nell’area di Sirte, su esplicita richiesta di Fayez Al-Sarraj, capo del governo sostenuto dall’ONU. Ma sullo scacchiere libico gli attori sono innumerevoli, e non solo americani: dai britannici, impegnati a Misurata contro lo Stato Islamico, ai francesi – schierati con Heftar – fino ad arrivare al ruolo, indolente e incerto, dell’Italia. Il presidente Obama ha descritto gli attacchi a Sirte come “critici per la sicurezza statunitense”, ma lo stesso si può dire per il nostro Paese, che ha concesso l’uso della base di Sigonella in Sicilia come punto di partenza per i raid statunitensi. Il rischio è l’intensificazione dei flussi migratori e l’eventualità che si verifichino attacchi terroristici come ritorsione. La scelta statunitense appare in contrasto con la filosofia in materia di politica estera di Obama, secondo cui degli affari libici dovrebbero occuparsi gli europei. Questa decisione risponde piuttosto alla necessità di far fronte all’emergenza che stanno vivendo le milizie che combattono a Misurata, ormai incapaci di riprendere Sirte. Nel frattempo l’Europa persegue progetti differenti, con britannici e francesi favorevoli alla divisione della Libia, al contrario dell’Italia. Il nostro paese negli ultimi mesi è rimasto fermo, almeno fino al momento in cui non ha potuto più negare il suo appoggio al governo statunitense.

Quale futuro per la crisi in Libia?

La Libia già divisa rischia una frattura che la spaccherebbe a metà tra Cirenaica e Tripolitania. Quel governo unitario che potrebbe essere tanto utile al Paese al momento sembra un’utopia, complicata dalle posizioni contrastanti dei governi internazionali. Certamente i bombardamenti americani saranno utili al governo di Al Sarraj, mentre ridimensioneranno la posizione di Haftar, che probabilmente dovrà valutare che ruolo ritagliarsi nel nuovo scenario. Al momento, il generale rifiuta il compromesso con Serraj e con gli islamisti. L’intervento statunitense va dunque letto come intenzione di sbloccare una situazione rimasta invariata da mesi, e oltre ad Al Sarraj contribuirà sicuramente ad aiutare la campagna elettorale di Hillary Clinton, dal momento che Donald Trump ha più volte accusato i democratici di aver condotto una guerra troppo blanda contro l’Isis. Probabilmente, però, non risulterà decisivo per la sua sconfitta: i miliziani di Daesh hanno più volte dimostrato di essere ben addestrati, talvolta persino superiori ai loro avversari.

 

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Twitter autore: @JoelleVanDyne_

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Viola D'Elia

Nata 27 anni fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».