Un’idea di destino di Tiziano Terzani

Il termine diario rimanda a qualcosa di intimo e segreto; evoca la familiarità con uno spazio che si desidera proteggere e in cui, senza remore, precipitano le nostre confidenze, i nostri umori ed ogni genere di pensieri. Forse niente gli è più distante di un giornale, dove spesso, incalzato dal tempo, chi scrive si affida alla banale versatilità del luogo comune pure quando è chiamato a raccontare una grande tragedia. Tiziano Terzani lo abbiamo conosciuto per i suoi reportage scritti come corrispondente di guerra per un noto giornale tedesco; ma siamo arrivati ad amarlo dopo le sue due opere (Un indovino mi disse e Un altro giro di giostra) nate dal fondo oscuro di due enormi tabù che continuano ad ossessionare l’occidente: la depressione e la morte. A dieci anni dalla sua dipartita Longanesi, dopo un lungo e faticoso lavoro di redazione pubblica Una idea di destino dall’eloquente sottotitolo Diari di un uomo straordinario.

Ad introdurci in questo mondo sotterraneo e sino ad oggi sconosciuto è la stessa moglie, Angela Terzani Staude, alla quale si deve, oltre ad un’accurata selezione del materiale per anni custodito negli ormai desueti floppy disk, il pregio di una lucida e commovente prefazione. I diari abbracciano un arco temporale che va dal 1981 fino al 2003; poco più di un ventennio lungo il quale l’autore ha voluto segnare tutto quanto nei suoi libri e nei suoi articoli non era riuscito riversare. Sono il completamento naturale del suo percorso: l’ombra di quella luce presente nelle sue precedenti fatiche letterarie. Le prime righe che aprono questa tormentata discesa nella propria interiorità raccontano l’abbattimento indiscriminato, da parte di un’unità dell’esercito di liberazione cinese, degli alberi classici (i salici piangenti) cresciuti attorno alla sede del governo nella vecchia città imperiale. Come se nulla fosse successo l’indomani al loro posto vengono collocati alberi di Natale «di tipo americano» del tutto estranei alla tradizione. Dopo la morte di Mao avvenuta nel 1976 la Repubblica popolare comincia ad aprirsi all’occidente; Terzani percorre instancabilmente ogni angolo del paese apprendendo con dolore la graduale scomparsa dell’antica bellezza della sua civiltà devastata dalla Rivoluzione culturale e schiacciata da una feroce modernizzazione. Manifesta il suo disappunto verso questo violento smantellamento attraverso i suoi articoli dove «senza filtri descrive ciò che vede» e a causa dei quali come persona sospetta e invisa al regime sarà espulso da quella Cina che tanto aveva amato.

Profondamente deluso, dopo alcuni reportage nel sudest asiatico, si trasferisce in Giappone, dove cade in lungo stato depressivo; il buio nel quale è immerso lo costringe a fare i conti con le sue proiezioni e le sue alte aspettative puntualmente disattese e con un rapace materialismo che abolisce ogni relazione con il passato e in cui gli uomini «vagano verso il futuro» disintegrando la storia privi di «una visione dell’avvenire». Nell’angosciosa solitudine giapponese consolida inoltre la convinzione che ad un’esponenziale crescita demografica segue una svilente produzione dell’inutile; con orrore assiste all’inarrestabile occidentalizzazione dell’oriente. Insorgono, lontano dalla sua famiglia, sentimenti di nostalgia e oppressione anche se ciò che sembra più affliggerlo è la perdita di interesse verso tutto ciò che lo circonda: la sua vitalità sembra soccombere sotto il grigiore di una Tokio sempre più alienante. Ma la sua attitudine all’esplorazione è difficile da estinguere e la sua innata curiosità lo porta a percorrere altri luoghi di questa Asia che non esita a definire il fondo del suo peregrinare. È grazie a questa fertile tensione che ritrova un presente senso della vita di cui certo la sua innegabile vocazione di viaggiatore ne costituisce il motore: riconosce che solo dietro l’esperienza, per quanto faticosa, si cela il sale della conoscenza. Ed è anche per questo che il suo legame con l’arte non è dettato da studi pregressi ma dal contatto diretto con un oggetto, una statuetta, un tanka attraverso i quali sente nascere l’amore verso un popolo e la sua storia. La sua vivacità intellettuale e la sua smania lo portano a esternare questo suo empirismo nei diversi templi e monasteri della spiritualità orientale dove oltre ad arricchire il proprio bagaglio e a sfogare il suo scetticismo fiorentino scopre con fastidio schiere di occidentali sperduti nella loro sterile attrazione per l’esotico e per il mistero.

Dopo che gli viene diagnosticato un linfoma allo stomaco poco prima di compiere i suoi sessant’anni comincia il suo ultimo giro di giostra; nel diario leggiamo le terribili altalene emotive espresse nelle bellissime lettere alla moglie che rimarrà il suo più importante interlocutore, l’unico in grado fino alla fine di sostenere «il suo dibattersi tra estasi e disperazione».
Le ultime pagine descrivono la vita vissuta in una baita davanti alle maestose catene dell’Himalaya che gli ispireranno alcuni delicati acquerelli dove traspare la sua serenità ritrovata nella semplicità della natura. Libero dagli impegni professionali rinuncia al proprio nome dopo aver speso tutta la vita a farsene uno: diventa Anam, il senzanome. In quell’India ancora tutta da esplorare dove si dilegua l’ansia del confronto matura nella sua coscienza la più belle delle consapevolezze che, come una lapide d’aria a futura memoria, invita i giovani viaggiatori a stare in guardia dall’idea che c’è bisogno di qualcuno che faccia luce perché sebbene lo si incontrasse alla fine toccherà sempre «a noi giudicare, valutare e fare la nostra esperienza».

Avulso dal diario compare in fondo al testo il discorso che Tiziano Terzani aveva preparato in vista del matrimonio della figlia Saskia; come fosse una sorta di testamento condensa la sua visione della vita con uno sguardo severo sull’attualità dominata dalla furia cieca delle guerre e da un’inguaribile ingordigia. Con dolcezza espone il significato del vero legame tra l’uomo e la donna teso a colmare la grande sofferenza generata da un comune sentimento di separatezza dall’Uno. Occorre conoscere se stessi – ci ricorda Terzani – prima di giungere al matrimonio inteso non come una relazione d’amore che potrebbe finire ma come «l’unione di due anime che hanno riconosciuto la loro identità». Ancora una volta servendosi del suo più prezioso strumento, quello della parola, esprime il sapore del suo vissuto rivelando quanto sia quella parte di destino che ci è stata assegnata a conferire forza e significato alla nostra vita.

 @alberodanzante

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Filippo Deodato