Pene d’amor perdute, il Globe alla resa dei conti

Lo spettacolo che chiude la vena artistica di questa stagione è Pene d’amor perdute, con la regia, la traduzione e l’adattamento di Alvaro Piccardi, in scena fino al 18 settembre, in tre parole “l’ultimo della classe”. Se infatti Romeo e Giulietta è un bel capitolo di questo teatro, per questioni di fama o di regia, Sogno di una notte di mezza estate è un grande classico e Molto rumore per nulla ha meritato otto repliche, cosa merita Pene d’amor perdute?

Lo spettacolo presenta almeno tre punti felici: parliamo dei costumi vintage di Giovanna Arena, parliamo delle musiche originali di Giovanni Piaccardi, parliamo infine delle coreografie di Giuditta Cambieri che dirottano piacevolmente la commedia sul versante del musical. E poi arriviamo anche alle note dolenti, prima su tutte l’assenza di prove attoriali degne di queste autore. Salvo rare eccezioni, che illuminano brevemente la scena (ad esempio quella di Stefano Patti, altrimenti Biron), la recitazione non tiene il passo con la verbosità e la paradossale leggerezza del testo.

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E così insomma, il dramma cortese che Shakespeare rappresentava come un divertissement per ricchi aristocratici si trasforma in uno strano susseguirsi di cambi d’abito, e i personaggi da novella che parlano di tutto pur non dicendo nulla, incespicano nella ricerca di una verbosa mordacia. Ma la parola di Shakespeare fortunatamente, brillerebbe anche in un cosmico black-out, e la rappresentazione metateatrale, il gioco dei travestimenti, il disilluso e insieme coinvolgente sguardo su un mondo di passioni umane rimangono intatti. Le pene d’amore invece, sono davvero perdute.

Twitter @LaviniaMartini_

 

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Lavinia Martini

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