Le spedizioni di Giuseppe Tucci e i dipinti tibetani

Quando Giuseppe Tucci insieme al suo prezioso collaboratore Eugenio Ghersi aveva deciso di attraversare il Tibet nessuno straniero aveva ancora osato visitare e studiare tutti i maggiori monumenti religiosi di questo immenso ed impervio paese. Ancora per pochi giorni, fino all’otto marzo 2015, sarà possibile presso il Museo Nazionale d’arte d’Oriente di Roma, ripercorrere le sette spedizioni che con grande coraggio Tucci aveva sostenuto, esponendosi a rischi incalcolabili, con il dichiarato intento di documentare le testimonianze antiche e presenti della cultura tibetana. Oltre alle quaranta fotografie provenienti dall’Archivio Tucci che descrivono la bellezza e la pericolosità di quei viaggi in cui un europeo si misura con territori ostili e minacciosi (stupenda l’immagine mentre la spedizione discende un burrone) e con culture nuove e completamente diverse, in esposizione sono presenti alcuni capolavori della pittura tibetana portati dallo stesso Tucci e oggi appartenenti al museo che porta il suo nome.

Giuseppe Tucci nasce a Macerata il 5 Giugno del 1894 e sin dagli anni giovanili applica il suo talento per le lingue allo studio dei sistemi filosofici e già nell’anno 1916 allarga i suoi interessi dai sistemi filosofici cinesi alla religione e alla storia dell’india e alla letteratura sancrita. Dunque emerge molto presto la sua attrazione per l’Asia che sfocia verso la fine del 1925 nel suo primo viaggio in India dove trascorse cinque anni nello stimolante milieu di Calcutta e Shantiniketan e in cui inoltre rivelò una certa capacità nel confrontarsi con pandit e maestri sui testi filosofici e sacri. Questa prima esperienza in Asia, avvenuta dopo che aveva conseguito la laurea, era stata possibile grazie all’incarico affidatogli dal governo italiano di insegnare il cinese e l’italiano all’università di Visva Bharati e Shantiniketan in risposta a una richiesta del premio nobel bengalese Rabindranath Tagore.
Nel 1932 divenne professore ordinario all’università di Roma con alle spalle numerose pubblicazioni (se ne contano settansei alla fine del 1929) e l’anno successivo fonda insieme a Giovanni Gentile l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di cui ricoprì il ruolo di presidente dal 1947 al 1978. Solamente nel 1957, grazie alla sua pervicacia e alla suo lavoro indefesso, fu istituito il Museo Nazionale d’Arte Orientale che porta il suo nome.
La mostra organizzata in collaborazione con University of Vienna CIRDIS, celebra l’audacia di questo grande pioniere portando lo spettatore tra il bianco e nero delle scene delle sue avventurose spedizioni e i meravigliosi colori delle thangka, espressione dell’arte buddhista tibetana capaci di offrire al praticante di questa antica religione un ausilio sulla via dell’illuminazione.

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Filippo Deodato