La Bisbetica domata e la sensualità degli anni ’20

Un amore sui generis tuttavia, quello che si è presentato sul palco dell’Argentina ieri sera per la prima romana de La bisbetica domata, così sommerso da una dilagante comicità. Una storia di amanti e travestimenti, con due sorelle, Bianca e Caterina, la prima amabile quanto la seconda bisbetica, che dopo molte peripezie, convolano a giuste nozze. Nel riadattamento di Andrej Konchalovskij vengono accentuate le tinte voluttuose e sensuali dell’intreccio: una veste stropicciata, una capigliatura fuori posto, un ingresso un po’ maldestro, la scena in cui Caterina cerca di sedurre il servo per un piatto di cibo. La sensualità latente, che nell’opera di Shakespeare si è sostituita felicemente all’amore più zuccherato, si abbatte sulle due sorelle: così, se da una parte Petruccio fa della continenza uno strumento sagace per sottomettere la bisbetica Caterina, dall’altra l’amore giovanile fra Bianca e Lucenzio lascia presto la dimensione platonica per colorarsi di baci e abbracci roventi.

L’ambientazione anni ’20 della messa in scena in una Padova dai risvolti più partenopei che veneti, colpisce positivamente per la cura e la bellezza dei dettagli. Dalla scenografia metafisica sul fondo, fino agli splendidi costumi curati da Zaira De Vincentiis, passando per il piccolo cameo di un’auto d’epoca, la scelta di stile restituisce un’atmosfera vivace e nostalgica, mentre nell’abbigliamento pomposo di Petruccio sul punto di sposarsi sopravvive una citazione della moda più strettamente, e comicamente, elisabettiana. Il tutto pervaso da un fiume di battute ed equivoci grotteschi: si ride in più momenti e la comicità scaturisce in modo vibrante dall’uso di una mimica veloce e fluida, per la quale si distingue Adriano Braidotti, il servo Tranio travestito dal padrone Lucenzio.

Tuttavia il testo di Shakespeare risplende solo di una luce opaca, così lento, trascinato, pesante, una zavorra per l’intera rappresentazione, un copione che, nonostante i suoi limiti attuali, viene toccato solo marginalmente dagli interventi di una regia forse troppo timida, cosicché quella verbosità tipicamente shakespeariana impedisce talvolta di stare al passo con i tempi, tutti attuali, di questa commedia. Un problema diffuso per giunta, quello di guardare all’opera di Shakespeare come a una sacra e intoccabile reliquia, facendo talvolta più torto al grande autore con l’assoluta riverenza che con l’audacia di uno schieramento di campo. Del resto, chi mai potrebbe oscurare la fama, che ha resistito a 500 anni di storia, di uno dei più grandi autori di tutti i tempi? Nessuna riproposizione riuscirebbe ad arrivare a tanto.

Che le intuizioni personali siano spesso, ma non sempre, una ricchezza infinita per i riadattamenti moderni lo dimostra anche questa Bisbetica domata: l’originale di Shakespeare si apre, come risaputo, con l’incontro tra un ricco signore e un povero calderaio addormentato. Per divertirsi il signore decide di fare uno scherzo al calderaio, dandogli i suoi vestiti e la sua casa. Quando Sly, così si chiama il calderaio, si sveglia lindo e profumato nel letto del signore, pensa di essere in un sogno o di scivolare nella pazzia. Ma lo scherzo non è finito, perché il signore, quello vero, suggerisce che uno spettacolo teatrale potrebbe aiutarlo a “rinsavire”, perciò con l’arrivo dei commedianti ha inizio la rappresentazione, una commedia nella commedia, de La bisbetica domata. Da questa premessa, il regista ha saputo trovare un espediente metateatrale di grande effetto: ai due lati del palcoscenico le quinte a vista in prossimità del fondale mostrano i camerini degli attori, che si truccano, parlano, si vestono, entrano ed escono di scena, mentre il prologo con calderaio e signore è stato completamente eliminato. Una trovata geniale, una boccata di coraggio, il giusto compromesso tra tradizione e innovazione.

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Lavinia Martini

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