Cinema: Si alza il vento di Hayao Miyazaki

Si alza il vento, ultima opera del regista giapponese è il compimento di una carriera, un poetico gesto d’addio che lascia un’indimenticabile scia di bellezza. Siamo nel periodo Taisho della storia del Giappone (1912-1926), nell’idillio verdeggiante della campagna dove, sotto un «cielo ancora limpido e punteggiato in alto da nuvole bianche», trascorre l’infanzia del protagonista. Nel contesto di un paese stagnante, il giovane Jiro innamorato degli aerei, ma impossibilitato a pilotarli, si apre al desiderio di progettarli e diventare così un grande ingegnere aeronautico. Come un indiano d’America con il palmo teso sulla fronte scruta il suo orizzonte: capace di vedere lontano perché nella sua mente è già tracciato il sentiero del sogno che percorrerà fino alla fine.

 

Mentre è in viaggio per raggiungere la località dovrebbe proseguito gli studi suo nuovo istituto due grandi eventi si sovrappongono nella sua esistenza ed uno lo segnerà indelebilmente: il grande terremoto di Kanto del 1923 foriero di devastazioni e morti e l’incontro con la bella e dolce Nahoki, suo grande amore insieme al cielo, che una volta soccorsa e portata in salvo rivedrà solo dopo dieci anni. La Grande Depressione, la disoccupazione, la funesta tubercolosi, guerre e rivoluzioni dilaniano il paese impreparato e arretrato tecnologicamente. Ma tutto questo non basta ad arrestare la marcia dell’estroso ingegnere. Il personaggio creato da Miyazaki è forse il più bello della sua personale galleria. Elegante e affabile, permeato di concretezza e idealismo ed in grado con assoluta devozione di centrare il suo obbiettivo di cui la vita è una paradigmatica contemplazione. Come racconta il regista il film condensa in un’unica figura «Jiro Horikoshi e lo scrittore Tatsuo Hori, due persone reali vissute nello stesso periodo, facendone un solo individuo, Jiro». Lo stesso titolo Si alza il vento, è tratto da un omonimo racconto scritto da Hori, il quale aveva trascelto dal poema Le cimetière marin di Paul Valery l’incantevole verso: Le vent se lève, il faut tenter de vivre (si alza il vento bisogna provare a vivere). Il tratto che compone le figure caratterizza i paesaggi è stupefacente e discende direttamente dalla sapienza artigiana di Myiazaki che opportunamente ha voluto rendere le sequenze oniriche più «libere e sensuali»; sono le scene in cui appare il progettista di aeroplani Gianni Caproni, famoso nel mondo a partire dalla nascita dell’aviazione italiana negli anni ’30. È lui l’indiscussa fonte ispiratrice di Jiro; lui ad alimentare il sogno del “ragazzo giapponese” invitandolo a salire a bordo delle sue strane e fantasiose costruzioni che volteggiano nell’aria sotto terreni ondeggianti. La frequente attività onirica del protagonista diventa dunque il riflesso delle idee che ossessionano Caproni e Jiro, entrambi votati all’arte del volare.

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Nella seconda parte dell’opera si insinua con delicatezza la vicenda d’amore tra Jiro e Nahoko, in lotta fino alle fine con la tisi; la difficile relazione apre uno squarcio sulle aspirazioni e i sentimenti del protagonista, altrimenti confinato nella sua solitaria parabola creativa. Tutto quindi si compenetra nella densità drammatica di questa pregevole pellicola; tutto sembra pure confermare l’elemento di follia contenuto in ogni sogno, capace di consumare chiunque ne insegua le tracce, perché «accostarsi alla bellezza richiede un prezzo da pagare». Dalla mente geniale di Jiro nascerà per la Mitsubishi, azienda in cui aveva prestato servizio, “Zero“, aereo caccia vanto dell’aviazione  giapponese. Avvilito per aver creato uno strumento di guerra Jiro viene visitato in sogno dal suo mentore alle cui parole di conforto seguono quelle di Nahoko che lo esorta a vivere. Ed il finale visionario non è la chiusura di un cerchio ma la nascita di una gemma tra la macerie di un disastro.

 

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Filippo Deodato

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