Canova a Palazzo Braschi

La retrospettiva è promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico ed è curata da Giuliana Ericani, Direttrice del Museo Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa. Una città storica, un luogo ammaliante, un artista d’eccezione, massimo esponente del Neoclassicismo, soprannominato il nuovo Fidia: Antonio Canova.

“Valorizzare lo straordinario patrimonio culturale” è naturalmente l’intento della mostra. Una bella frase, non tanto originale ma pur sempre vera. Bella e professionale, ma come fare? L’organizzazione (Metamorfosi e Zètema Progetto Cultura) sembrerebbe impeccabile: alti i contenuti e ridotti – nel limite del possibile – i costi e di conseguenza i prezzi. L’ultima parola come sempre va al grande pubblico quindi a voi la critica, dopo averci fatto un salto si intende. Nel frattempo ci si limita a dare un’idea. Settantanove disegni affiancati da quindici acqueforti delle opere realizzate, sei modelli in gesso, quattro tempere, due marmi e due terrecotte e un dipinto a olio. Il tutto volto a esprimere l’idea quanto la realizzazione dell’opera.

Dopo tutte queste cifre si può aggiungere un altro numero. Il due, quanti sono i punti di vista che si vogliono
trasmettere al pubblico. Da una parte lo stile accompagnato da dettagli, tecniche e confrontato con artisti contemporanei, dall’altra la cosiddetta prima idea con domande, ispirazioni e personalità dell’artista. È in questo modo – e solo questo – che si arriva alla coincidenza del disegno col pensiero. Coerenza e varietà sono le parole d’ordine dello stile Canova che suscita curiosità e provocazione con Figura femminile assisa, in attitudine dolente, accanto a un busto e Due ninfe hanno rubato il turcasso ad Amore e riesce con la stessa determinazione a esprimere purezza e semplicità con Maria Luisa d’Asburgo come la Concordia.

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Silvia Vetere

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