Alla fine la risolvono sempre i campioni: Higuain segna e la Juve batte, ancora una volta, la Roma

Impossibile. Sembra essere l’unico termine possibile per descrivere le partite Scudetto allo Juventus Stadium. Che sia la Roma o il Napoli ad andare a Torino, alla fine vince sempre la Juve. Come da sei anni a questa parte. Gregari o campioni c’è sempre la giocata del singolo a risolverla. Ieri sera ci ha pensato Mr. 94 milioni Gonzalo Higuain, l’uomo che sta decidendo il campionato, apponendo la sua firma sempre nelle partite importanti: ha deciso la gara col Napoli, il derby e quella di ieri. Con un’azione perfetta. Fisicità nello spostare De Rossi al limite dell’area, ma soprattutto furbizia e intelligenza nell’uno contro uno con Manolas: “Penso che qualche volta giocare sapendo come difendono è un vantaggio … – ha ammesso l’argentino a fine gara – Sapevo che Manolas va spesso a terra, infatti è andato a terra”. Infine tecnica sopraffina nella conclusione a rete. Sinistro millimetrico a baciare il palo e annullare ogni tipo di difesa da parte di Szczesny. A lezione da Gonzalo Higuain e il risultato parla da sé: Juve 1 Roma 0. I bianconeri volano così a +7 dalla Roma e si laureano con due giornate di anticipo a Campione d’Inverno. Non c’è niente da fare, verrebbe da aggiungere alle contendenti. Ieri l’argentino, nel passato Pirlo, Vidal, Zaza, Tevez o Bonucci. Firme importanti su vittorie fondamentali, perché nella partita Scudetto allo Juventus Stadium non si passa.

A questo punto passa in secondo piano l’analisi della gara della Roma. Timida nei primi 45′, asfissiata dalla pressione psicologica e tecnica del rullo compressore juventino, ma gagliarda nei secondi 45′. Coraggiosa e, in alcuni tratti dominante, ma alla fine sconfitta. Come sempre, verrebbe da aggiungere. Si potrebbe parlare dell’errore (o eccesso) tattico di Spalletti, che lancia dal primo minuto un timido e ancora non pronto Gerson. Il brasiliano per tutto il tempo che rimane in campo mostra ancora tutti i suoi limiti caratteriali e tattici. Presente, ma troppo irruento nella marcatura a uomo su Alex Sandro, nella fase di non possesso. Totalmente confuso quando c’era da offendere sulla fascia sinistra. La sua sostituzione con Salah, all’inizio del secondo tempo, dà quel brio in più alla Roma, che pressa e chiude la Juventus nella sua area. Ma il muro difensivo costruito sull’asse Sturaro-Chiellini-Rugani, non concede nulla a Dzeko, Perotti e Nainggolan. La Roma gioca con coraggio ma non sfonda. Tre le azioni pericolose, tutte a pochi metri da Buffon, arrivate sempre e solo da calcio da fermo e stoppate appunto dalla muraglia bianconera. L’assurdità, che forse spiega al meglio cosa manchi a tutte le avversarie, è che l’1-0 sta stretto a entrambe. Alla Juventus, che solo grazie a i miracoli di Szczesny non ha segnato altri due gol e alla Roma, che con maggiore coraggio nel primo tempo avrebbe meritato forse un punto. La Juve sembra concedere spazi e occasioni, ma alla fine comanda lei, per questo vince sempre.

E le parole del portiere giallorosso a fine gara chiudono ogni discorso sulla differenza tra le due squadre: “È difficile recuperare, il gap è salito a 7 punti. Dobbiamo ripartire dalla prossima contro il Chievo e fare punti partita dopo partita. Non dipendiamo più da noi stessi. Buona prestazione da parte della squadra? Sì ho sentito diverse persone dire questo ma la verità è che non siamo tornati a casa con punti. In queste partite conta fino a un certo punto giocare bene. Contano i punti. Oggi non li abbiamo fatti. Credo che per qualità siamo simili, ma dico a malincuore che la mentalità è l’elemento che ci differenzia ancora. Loro hanno una mentalità vincente. Non hanno fatto niente di speciale e tornano a casa con 3 punti. Dobbiamo cercare di concretizzare quello che creiamo durante queste grandi partite”. 

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.