La solitudine di Juanfran

Non è stata una bella partita. Sì, intensa, nervosa a tratti, ma non bella. Non bella come ogni finale si rispetti. Così, brevemente, è possibile sintetizzare Real – Atletico. Il derby madrileno, di nuovo, come nel 2014 a Lisbona. Stavolta, però, siamo a Milano, a San Siro e la rivincita dei colchoneros è quasi d’obbligo. E i segnali ci sono. Basti vedere il cammino di entrambe in Champions: mentre il Real Madrid si è trovato Roma, Wolfsburg e Manchester City, l’Atletico ha dovuto superare, a parte il PSV Eindhoven agli ottavi, le due corazzate Barcellona e Bayern Monaco. Insomma la coppa gli spetterebbe di diritto. Oltre a ciò, un piccolo segnale lo dà anche Simeone: “Per me è come tornare a casa” così disse riferendosi allo stadio della finale. E quale migliore esito di alzare la coppa nello stadio che in un non lontano futuro potrebbe diventare davvero di nuovo casa sua. Ma il fato ha altri progetti.

Bastano 15 minuti per capire che probabilmente non andrà così: punizione del Real Madrid, Bale spizza di testa, Ramos corregge dentro ma da una posizione, a rivederla al replay, in leggero fuorigioco. Sta di fatto che il guardalinee non se ne accorge e i blancos passano in vantaggio. Segue un primo tempo senza troppe emozioni con il solito Atletico Madrid ancorato su due linee compatte, mai scoperto e tatticamente quasi perfetto. Dall’altra parte il Real oppone una manovra non fluida, macchinosa soltanto accesa da accelerazioni personali (vedi Bale, non Ronaldo) e dal metronomo Modric che cerca di mettere ordine a centrocampo. Il croato è sicuramente quello che ha il passo migliore dei 22 in campo, gioca semplice, accelera (uno dei pochi che ancora gioca di prima quando serve) e rallenta quando deve farlo. Si trascina così il primo tempo con il gol di Ramos che mantiene una piccola distanza tra le due squadre. Sergio Ramos … come due anni fa sugli sviluppi di un calcio piazzato, cambia solo il minutaggio.

real juanfran

Le lacrime di Juanfran

La ripresa è di tutt’altra sostanza. I colchoneros reagiscono, di prepotenza come solo loro sanno fare, probabilmente risvegliati e scossi dalle parole del condottiero Simeone. Innanzitutto il cholo opera un cambio che risulterà fondamentale per i rojiblancos: esce Augusto Fernandez, entra Carrasco. E dopo pochi minuti si procurano un rigore e la possibilità di riagguantare gli acerrimi rivali. Griezmann, l’uomo rivelazione dell’Atletico di quest’anno, va sul dischetto e il fato, ancora una volta, dimostra di avere altri progetti per stasera: il pallone si stampa sulla traversa, il Real esulta e si resta sull’1-0. Ma gli uomini di Simeone non si perdono d’animo e continuano eroicamente a sfidare il fato avverso. Al 79′ vengono ripagati dagli sforzi: Juanfran (attenzione, proprio lui) mette un cross teso, di prima, in mezzo su cui proprio il neo entrato, Carrasco, si avventa e scaraventa in rete. Si ristabilisce una parità del tutto meritata.

E ora, mentre la partita continua, sempre più ci si accorge che l’epilogo sarà scritto ai rigori. E così è, come l’ultima volta che si disputò la finale di Champions a San Siro. Quella volta finirono dagli undici metri Bayern Monaco e Valencia (5-4 d.c.r. per i tedeschi). Segnano tutti, tutti tranne uno, quello prima di Cristiano Ronaldo che il fato ha deciso che avrebbe dovuto tirare il rigore decisivo. Come in un romanzo dal lieto fine per la stella portoghese. Ronaldo in ombra per tutta la partita con una prestazione anonima riesce comunque a essere decisivo. Decisivo perché quello prima di lui, dagli undici metri, sbaglia. Quello prima di lui, la vittima che il fato ha scelto per compiere i suoi altri progetti, è Juanfran. Sì, Juanfran, proprio quello che aveva rimesso in piedi l’Atletico con un assist al bacio. Il terzino fidato di Simeone, sempre presente e mai al di sotto della sufficienza. L’unico, dei nove rigoristi, che è andato sul dischetto con la voglia di fare in fretta, forse per prendere di sorpresa il fato. L’unico che c’è andato a testa bassa, quasi timoroso, senza guardare il portiere. L’unico a prendere una rincorsa breve e nervosa. L’unico ad angolarla fin troppo tanto da colpire il palo. Juanfran e la sua solitudine nel ripercorrere a ritroso, dopo l’errore fatale, il tragitto che va dal dischetto al centrocampo dai suoi compagni, dal suo comandante Simeone. Juanfran, siamo tutti con te.

Twitter: @Francesco Nespoli

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Francesco Nespoli

Laureato in lettere moderne all'università di Torino e in "Editoria e Scrittura" alla Sapienza. Appassionato di vari sport tra cui calcio, tennis e rugby ma di gran lunga il preferito non è tra questi. Si tratta, invece, del buon, caro, vecchio, sano subbuteo (s'intenda che parlo dell'old subbuteo e non della variante moderna definita con un asettico e privo di fantasia "calcio da tavolo"). Idolo indiscusso non può che essere l'ornitologo Peter Adolph accompagnato da P. P. Pasolini e dal cinico Nanni Moretti (quello di Palombella Rossa, in particolare).