Pensioni: le ultime proposte per sbrogliare la matassa

L’argomento “pensioni” continua a monopolizzare il dibattito politico italiano. Non potrebbe essere altrimenti visto che il Bel Paese vanta ben 15,6 milioni di pensionati ed una spesa che per le sola previdenza è stata nel 2013 di 254 miliardi, il 16,3% del Pil. L’urgenza del momento sembra sia quella di risolvere il problema di chi, per effetto della riforma Fornero e della concomitante crisi economica, si è ritrovato senza lavoro ed è però troppo giovane per poter andare in pensione. Il premier Renzi e il Ministro dell’Economia Padoan hanno più e più volte dichiarato che all’interno della Legge di Stabilità verrà varata una modifica dell’attuale normativa giudicata “troppo rigida”. L’intenzione del Governo sembrerebbe sia quella di consentire ai lavoratori e alle lavoratrici di scegliere di andare in pensione prima del raggiungimento dei requisiti necessari con una penalizzazione sull’assegno percepito. In parlamento sono state avanzate numerose proposte di riforma della legge “Fornero”. Cesare Damiano (PD) ha depositato una proposta che prevede la possibilità di ritirarsi con un minimo di 62 anni di età e 35 di contributi, con una penalizzazione fino ad un massimo dell’8% che riguarderebbe solo la parte retributiva. La penalizzazione dell’assegno scenderebbe progressivamente con l’aumentare dei requisiti. Altre due proposte avanzate dallo stesso Damiano e dalla Lega Nord prevedono la reintroduzione del sistema delle quote concedendo la possibilità di accesso alla pensione anticipata per chi, sommando età anagrafica e anzianità contributiva raggiunge quota 100. Vi è poi “l’opzione donna”, avanzata dalla Lega anch’essa, che prevede per le sole donne la possibilità di andare in pensione a 57 anni e tre mesi, con almeno 35 anni di contributi, rinunciando all’intera parte retributiva, quindi con un assegno calcolato con il solo sistema contributivo.
Le statistiche dell’Istat rivelano, inoltre, che negli ultimi 10 anni il costo del nostro sistema previdenziale è salito di più di 50 miliardi e i segni di rallentamento stentano ad intravedersi. Un settore che non conosce crisi, un’industria che continua a crescere a dispetto della crisi e che assorbe oltre il 30% dei circa 800 miliardi di spesa pubblica. L’Italia è infatti il Paese che spende di più al mondo in pensioni. Sulla base di questi dati il monito del Fondo Monetario Internazionale appare quanto mai fondato. Continuare a parlare di auto blu, spese della politica e dei ministeri, senza affrontare seriamente il nodo pensioni non porterà nessuna manovra di spending review ad avere effetti concreti e duraturi nel tempo. I dati relativi alla costante crescita della spesa pensionistica lasciano basiti i più perché negli ultimi anni è intervenuta la riforma Fornero e il contestuale blocco delle indicizzazioni dei trattamenti tre volte il minimo, recentemente giudicato anticostituzionale dalla Suprema Corte. Alla base del costante incremento della spesa pensionistica ci sono nodi strutturali che le varie riforme non hanno affrontato come l’aumento del numero di pensionati e pre-pensionati, la riduzione della forza lavoro e quindi dei contribuiti figli della lunga crisi. Raffiorano poi, senz’altro, i problemi del passato che contribuiscono a far gonfiare quella montagna di miliardi di prestazioni, basti pensare agli effetti nefasti delle baby-pensioni, delle anzianità, delle pensioni pubbliche, mediamente più ricche del 40% rispetto alle pensioni dei dipendenti privati, senza contare il sistema retributivo, quello che calcola l’assegno previdenziale sugli anni più vantaggiosi della carriera.
La realtà, purtroppo, è che coloro possono vantarsi di percepire oggi una pensione proporzionata ai contributi versati, sono davvero in netta minoranza. Le riforme intervenute negli anni hanno infatti modificato i requisiti ed i metodi di calcolo delle pensioni future senza toccare quelle in godimento perché considerate come diritti acquisiti. Ringraziano di questo le nuove generazioni che nel frattempo continuano ad acquisire debito pubblico, aumenti dell’imposizione fiscale, della burocrazia, nonché l’amara consapevolezza che un giorno potranno beneficiare di trattamenti pensionistici largamente inferiori a quelli attuali, sempre che potranno mai godere del lusso di percepirli. Il Governo attende entro il prossimo mese di giugno le proposte dell’INPS. Dopo l’ennesimo bilancio chiuso in rosso, sembra che fra le proposte vi sarà anche il ricalcolo di tutte le pensioni in godimento con il sistema contributivo. Che sia la volta buona? Chissà…forse meglio che a pagare continuino ad essere i giovani!

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@Fedefra85

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Federica Casciato