“Negheranno, sarà difficile” intervista a Ilaria Cucchi

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Siamo sedute al tavolo di un bar, al Pigneto, in orario aperitivo. Musica alta, risate, frastuono, intorno a noi. Ma in questo gran caos, è come se io e Ilaria fossimo sole, come se il rumore di sottofondo sparisse e si trasformasse, invece, in un vuoto terribile, incolmabile.
Riprendiamo, allora, da dove avevamo lasciato.

  • Hai mai pensato cosa accadrebbe se mai si identificassero i colpevoli?

Se mai si trovassero dei colpevoli, dopo aver conosciuto la realtà delle carceri, non la augurerei nemmeno agli aguzzini di mio fratello. Non è per vendetta che facciamo tutto questo. Ma perché umanamente abbiamo bisogno di trovare un senso. Io sono una persona credente e sono convinta che ci sia un senso in questa storia, anche se a volte è proprio difficile da trovare. In questo caso, l’unico significato che ci può essere è che non accada più una cosa del genere nell’indifferenza generale. Perché di indifferenza si può morire e la prima indifferenza è quella dell’immaginario collettivo. Le persone prendono le distanze da queste morti. Non per cattiveria, non per egoismo ma per una sorta di spirito di auto protezione. Si ha bisogno di trovare nelle vittime di queste situazioni una giustificazione che le differenzi sensibilmente da noi, per dirci che a noi non potrebbe succedere.

  • Questo a volte comporta che si colpevolizzi la vittima

Ed è quello che è avvenuto. Questo era un processo scritto: 2 anni e mezzo di corte d’assise, udienze tutte le settimane, dove sul banco degli imputati di fatto c’era Stefano. Noi abbiamo sviscerato ogni aspetto della sua vita, il suo carattere, i nostri rapporti familiari, abbiamo parlato addirittura della sua cagnetta. Scene che, se non si fosse trattato della morte di Stefano, ci sarebbe stato da ridere.
C’è bisogno di dire che in fondo in fondo se l’è cercata.
Io ho avuto un PM che ha esordito nella sua requisitoria dicendo che “Stefano Cucchi era un cafone maleducato”. Io lì – al di là del fatto che sfido chiunque, in quelle condizioni  ad essere educato – mi chiedevo “ma cosa c’entra?”. E lo stesso ha fatto certa stampa, iniziando ogni articolo col solito incipit: “Stefano Cucchi, il piccolo spacciatore di Tor Pignattara…”

  • Non vi sentite piccoli, di fronte allo Stato?

Ci si sente soli, davanti a tutto questo. La sensazione è “oddio, ma come faccio a sfidare tutto questo?”. Mi parlavano di morte naturale e, quando insistevo, ad un certo punto, mi hanno detto: “Senta, le carte sono tutte a posto, vada a controllare”.
Mio fratello è morto e mi parlate di carte??? Questa è la mentalità.

  • Oggi come ti senti rispetto alla Storia di Stefano, come stai?

Io non ho ancora elaborato quel lutto, in questi 5 anni. Non mi sono mai potuta fermare a piangere. Io ho pianto la mattina successiva – dicevo “è tutta colpa mia che non mi sono accorta” – e poi ho pianto un paio di settimane fa. Ho congelato quel dolore e quel lutto perché ci sono cose importanti da fare.
Io mio fratello non l’ho ancora lasciato andare.  Ecco adesso sto parlando con te, poi tra un quarto d’ora ci salutiamo, rimango sola e penso “cavolo, ma Stefano è morto”. E me ne rendo conto in quel momento. Io non l’ho ancora lasciato andare e questa è la violenza che viene inferta alle nostre famiglie.

  • Oltre a combattere per la Vostra Verità, stai facendo molto altro

Mi sono messa in discussione, sono andata in giro, in tutta Italia. Magari sono andata all’altro capo del Paese per parlare ad una platea di 6 persone: il senso è proprio questo. Perché oggi c’è sempre meno gente che si volta dall’altra parte. E te lo dico da persona che si voltava dall’altra parte fino a 5 anni fa. Ma non per cattiveria – perché io sento parlare del tema delle carceri da quando ero bambina – ma quella realtà la guardavo con distacco, come qualcosa che a me non sarebbe capitata mai.
Oggi so e sappiamo che nessuno può ritenersi davvero immune da tutto questo.

  • Ha qualcosa di particolare questa storia, rispetto alle altre drammaticamente affini. Lo sento, ma non riesco a capire cosa

Io credo che sia come siamo riusciti a farla arrivare al cuore della gente.
Noi abbiamo fatto qualcosa di enorme. I miei genitori la vivono in maniera diversa, certo – la perdita di un figlio è la cosa più innaturale che ci possa essere, tanto più in questa maniera – ma la forza ci viene dal fatto di essere così uniti. Ecco perché ci fa così male il fatto che Stefano se ne sia andato pensando di essere solo. Io pretendo Giustizia per una storia assurda.

  • Come avete preso la decisione di esporre il vostro dolore anche alle critiche di chi non avrebbe capito o lo avrebbe addirittura strumentalizzato?

Quando abbiamo dovuto decidere se pubblicare le foto è stata una delle decisioni più sofferte.
Quando è morto Stefano, abbiamo passato parecchie ore all’obitorio e, dopo averlo visto, siamo tornati a casa dove ci aspettavano i nostri parenti; erano tutti con noi, in silenzio.
Ad un certo punto, ad una delle mie cugine è venuto in mente Federico Aldrovandi. Ci siamo messe al computer – quella notte – a cercare il nome dei familiari, dell’avvocato. Ho appuntato tutto su un foglio e la mattina dopo mi sono messa al telefono. Ho chiamato lo studio di Fabio Anselmo, mi hanno dato il suo n. di cellulare. Era in una udienza molto delicata e ci siamo detti poche parole: “Mio fratello è stato arrestato, è rimasto 6 gg in carcere e ieri mi hanno detto che è morto. Ho visto il suo corpo ed è devastato: ho bisogno  di lei”.
Lui mi ha risposto: “Dobbiamo poter dimostrare tutto, perché negheranno, sarà difficile.”
E quindi ci ha consigliato di far scattare quelle foto.

  • Eravate convinti, d’accordo?

Abbiamo passato una nottata, con i miei genitori, ad interrogarci. Mia madre non era per niente d’accordo sul fatto di divulgarle. Continuava a ripetere, disperata, “Stefano non avrebbe mai voluto farsi vedere in quella maniera”, io le rispondevo “ma Stefano non avrebbe mai voluto morire così” e quindi alla fine l’abbiamo convinta.
Se non avessimo fatto quel gesto così doloroso – sai cosa vuol dire rendere pubbliche le foto del corpo martoriato di tuo fratello e doverle rivedere in continuazione? – io non sarei qui a parlare con te della sua morte, perché sarebbe stata archiviata. “Caduto dalle scale”.

  • Stefano è diventato un simbolo, oggi

Si, il simbolo di una normale ingiustizia. Tanti ragazzi muoiono in carcere: Stefano fu il n. 148, quell’anno. Tanti sono extracomunitari di cui nessuno chiede notizia, tante famiglie non hanno gli strumenti per imbarcarsi in una battaglia del genere o molto naturalmente preferiscono vivere quel dolore privatamente; di tutte queste storie nessuno saprà niente.
E tanti sono i soprusi che si vivono normalmente nelle nostre carceri, per un problema che fondamentalmente è un problema culturale. Sono una realtà terribile nella quale la cultura del rispetto dei Diritti degli esseri umani non è per niente contemplata.

  • E’ come se il carcere fosse una realtà extraterritoriale, con altre Leggi, altre consuetudini

Mio fratello è arrivato in galera dopo il pestaggio: già stava male.
Viene visitato da un medico – il dott. Degli Angioli – che vede le sue condizioni e dice che sono incompatibili con il regime carcerario. E decide che deve andare in pronto soccorso. Passano 4 ore, prima del trasporto in pronto soccorso. Mio fratello era con la schiena rotta, su una barella di ferro e a nessuno interessava il motivo per cui quel medico aveva deciso di non mandarlo in carcere. Tutti si dedicavano ad altri problemi: il piantonamento, come fare a portarlo lì e si ponevano il problema di mettere in atto provvedimenti disciplinari nei confronti di quel medico che  ostacolava la loro burocrazia. Tanto più che quel medico, successivamente, ha perso il suo posto di lavoro, è stato licenziato. Quello è stato l’unico volto umano che abbia incontrato mio fratello in quei giorni.
Io mi pongo anche la questione delle stesse guardie carcerarie che svolgono il proprio lavoro in quelle condizioni disumane. Come si può pretendere che in una situazione del genere ci sia un qualche senso umano? La mia missione è questa. La morte di mio fratello deve servire a qualcosa, deve avere un senso. Sennò è impossibile andare avanti.

E noi continueremo ad esserci. Per Ilaria, per Stefano. E per tutti i ragazzi e gli uomini senza nome la cui Storia è la Nostra Storia.

di Valeria Biotti

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