Consiglio d’Europa: come difendere la Rete

“Lo stato di diritto su internet e nel più ampio mondo digitale”. È il nome della relazione di 120 pagine stilata dal commissario dei diritti umani Nils Miuiznieks (nella foto sotto) all’interno del Cosiglio d’Europa. Un tema importantissimo, mai così caldo come in questi ultimi mesi dallo scoppio del Datagate, ovvero da quando l’informatico Edward Snowden ha rivelato la sorveglianza “segreta, massiccia e indiscriminata” condotta dall’intelligence in primis americana e inglese all’oscuro dei cittadini. Operazioni che, afferma Miuiznieks, «non sono conformi alla legge europea sui diritti umani e non possono essere giustificat[e] dalla lotta contro il terrorismo o altre importanti minacce alla sicurezza nazionale. Tali interferenze possono essere solo accettate se sono strettamente necessarie e proporzionate a un obiettivo legittimo». Specifica ancora il rapporto: «La conservazione di massa, senza sospetti fondati, dei dati delle comunicazioni è fondamentalmente contraria allo stato di diritto». Gli «Stati membri del Consiglio non dovrebbero ricorrervi né imporre l’obbligo della conservazione dei dati di parti terze». Fedele a questa linea di pensiero, Miuzniesk chiede inoltre che i trattati di condivisione di informazioni di intelligence fra i Paesi della cosiddetta UKUSA Community – UK, USA, Australia, Nuova Zelanda e Canada – siano resi pubblici.

Questi in particolari i punti più salienti del documento:
I diritti umani sono universali, e tale è la loro applicazione offline e online. Le regole dello stato di diritto non possono essere aggirate da accordi con entità commerciali che controllano internet. Nessuno Stato o agenzia può accedere ai dati conservati in un altro Stato – o in transito su un cavo in comune – se non con il suo consenso.
– Va difesa, estesa e rafforzata la protezione dei dati prevista dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sul trattamento dei dati personali. La raccolta di massa di dati è contraria allo stato di diritto e a questa convenzione.
– Gli Stati che fanno parte della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica devono rispettare i loro obblighi internazionali sui diritti umani. E devono evitare che le loro forze dell’ordine ottengano dati dai server e infrastrutture di un altro Paese attraverso accordi informali.
– Gli Stati membri del Consiglio dovrebbero smetterla di appoggiarsi a compagnie private che controllano internet e il più ampio ambiente digitale per imporre restrizioni che sono una violazione degli obblighi dello stesso Stato sui diritti umani.
– Gli Stati dovrebbero poter invocare la sicurezza nazionale come ragione per interferire coi diritti umani solo in relazione a questioni che minacciano davvero le fondamenta della nazione. E devono in tal caso dimostrare che la minaccia non può essere affrontata con i mezzi dell’ordinario diritto penale. Gli Stati membri dovrebbero infine ricondurre le attività di sicurezza nazionale e intelligence in una cornice legale ben definita. Finché non ci sarà più trasparenza al riguardo, le loro attività non possono essere considerate in accordo con lo stato di diritto, scrive Miuznieks.

Sarà da queste riflessioni che dovranno partire gli Stati europei, e non soltanto, se vorranno davvero salvaguardare i diritti umani e non ledere la privacy dei loro cittadini.

Fonte: Wired

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Fabrizio Papitto