Parigi on fire, cronaca di una strage

Parigi on fire. 13 novembre 2015, una data che rimarrà agli annali della storia del terrorismo islamico. Una data che sconvolge l’Europa colpendola al cuore, nei suoi simboli, nella sua storia, nei suoi diritti.

7 le esplosioni, nessuno obbiettivo sensibile, tutti luoghi di svago e spensieratezza. All’undicesimo arrondissement, les Bataclan è un locale, un teatro, un luogo di musica e cultura. Al decimo arrondissement, les Petit des Camboge è un ristorante, lo stesso les Halles e poi rue faidaherbe, rue beaumarchais, rue charonne, rue Albert e lo Stadio di Francia. Questi i luoghi dello scoppio e del delirio. A margine la cronaca su twitter, la guerra virtuale a lato di un’efferratezza che contemporaneamente miete le vittime del venerdì sera. Lo scontro virtuale emblema di una guerra dove da un lato i parigini di #Porteouverte si mobilitano per accogliere chi è rimasto in strada mentre dall’altro l’ISIS di #Parisburning  rivendica la paternità di una millantata manifestazione di potenza e vendetta. Vittime e carnefici sulla stessa piattaforma virtuale mentre la realtà, la vera realtà, superava di gran lunga la fantasia. Sarà il Bataclan a diventare il simbolo di questa notte, come Charlie Hebdo anch’esso un indifeso, anch’esso un simbolo di libertà. 200 ostaggi in trappola e tre killer che entrano sparando sugli spettatori armati di un fucile a pompa. Inizia qui la storia di quei parigini, la cronaca di un massacro che alle 23.30 vede liberi 100 ostaggi mentre in  contemporanea si consumano altri attentati tanto che il Premier Hollande verrà evacuato dallo stadio mentre in stradaè il vomito di proiettili a mettere sin da subito a bilancio 35 morti. Parigi esplode, reagisce, attiva il piano “rosso alfa” per il soccorso d’emergenza in caso di obiettivi multipli.  Intorno a mezzanotte la situazione si assesta ma il Bataclan no; dentro al locale per un’altra ora rimarranno intrappolate almeno cento persone alcune di loro rimarranno lì ceree, eteree, a monito storico di tutti noi mentre altre si salveranno per testimoniare di cosa è capace l’odio e l’essere umano.  Saranno questi a raccontarci la disperazione, a confermare le esecuzioni individuali avvenute nel teatro, a fissare coi loro occhi la disperazione di chi non c’è  più.  La notte di Parigi nella sua meccanica, nella sua follia, nella tragedia non può essere riassunta in poche righe se non dandone una visone parziale e statistica ma comunque rimarrà a bilancio delle nostre coscienze. Un bilancio di 127 vite che si riflette anche nel linguaggio. “La Francia non vivrà in pace” minacceranno i carnefici , “c’è da avere paura”  risponderà Hollande e saranno proprio le parole del Presidente francese a rimanere nella storia. Il suo discorso a freddo, la sua rabbia e la sua onestà: “La Francia deve essere forte”, “ho un pensiero per le vittime”, “dobbiamo vincere i terroristi”, “chi sono questi terroristi?”, “mobiliteremo tutte le forze possibili per mettere in sicurezza i cittadini”, “certi luoghi saranno chiusi e ci saranno perquisizioni su tutto il territorio”.

 

La notte del 13 novembre 2015 cristallizzata nelle nostre coscienze, nelle riflessioni, nei commenti post-strage, resterà lì. Rimarrà a fermo immagine come i cadaveri in rue boulevarde voltaire. Rimarrà perché ha colpito una culla di civiltà, ha colpito chi ci ha insegnato ad essere liberi, eguali, fraterni. Ha colpito i nostri diritti, la nostra identità, ciò che rende noi semplicemente noi. Ed oggi 14 novembre il commento  non deve mietere ulteriori vittime di pensiero, non deve abbandonarsi alla speculazione politica. Oggi il pensiero deve e non può non essere con e per i francesi, solo per loro senza alter ego , senza nemici, senza capri espiatori. Oggi è giusto pensare solo ai francesi, alle vittime, al crollo di una politica integrazionista che ha fatto scuola per chi crede che accogliere è sinonimo di civiltà. Oggi però si può anche sorridere perché a guardar lungo è chi ha paura della libertà, della felicità il vero sconfitto.

@FedericaGubinel

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Federica Gubinelli