Dal gelo all’inferno: l’urlo silenzioso di Greenpeace contro la Russia

Siamo all’estremo Nord della Russia, nei pressi della fredda città di Murmansk. È qui che la Gazprom sta procedendo a delle trivellazioni nel Mare Artico, ritenute pericolose per la stabilità ambientale da parte della famosa associazione ambientalista. I ragazzi non ci stanno: decidono di imbarcarsi su una rompighiaccio battente bandiera olandese, la Arctic Sunrise, a bordo della quale decidono di puntare la piattaforma petrolifera per scalarla e piantarci una bandiera di Greenpeace, segno di presenza e tentativo forte di mettere in allarme e/o imbarazzo la compagnia russa. L’obiettivo è vicino ma tra il sogno, l’impresa e la sua realizzazione si mettono in mezzo i poteri forti, quelli che non ci stanno a vedersi frapporre i celeberrimi bastoni tra le ruote. È così che comincia l’inferno: le autorità russe fanno una improvvisa irruzione armata a bordo e arrestano tutto l’equipaggio della nave. Tra i trenta impavidi ce n’è uno italiano: Cristian D’Alessandro, napoletano, da inizio anno “in missione” nelle fredde terre artiche. L’accusa inferta, pirateria, è se non vergognosa almeno discutibile.

Da lì ha inizio un vero e proprio calvario; gli attivisti, due giornalisti freelance e tutti gli uomini a bordo vengono portati dalla Guardia Costiera sulla terraferma. Il 24 settembre sono poi spediti in strutture di detenzione preventiva: tutti in celle diverse, come previsto dal codice penale locale e dunque in compagnia di detenuti condannati per qualsivoglia tipo di crimine altro. Si leva forte il coro di indignazione in Europa – anzi, in parte dell’Europa – ed è il governo dell’Olanda quello che, logicamente, più si fa sentire; viene presentata una causa al Tribunale Internazionale per la legge del mare in quanto l’accusa – o difesa, a seconda dei punti di vista – afferma che al momento dell’abbordaggio la nave si trovava in acque internazionali. Diverso il parere di Gazprom, che sostiene come il tutto sia invece avvenuto in aree di pertinenza economica russa. Anche l’Inghilterra non fatica a schierarsi e a scendere in piazza: è una persona mediaticamente di prim’ordine come l’attore Jude Law a dire la sua, portando annesse le prove di una profonda amicizia che lo lega a uno dei giovani arrestati. Forse anche per questo Putin è costretto a fare una mezza marcia indietro, sostenendo nei giorni successivi che l’accusa di pirateria non sussiste e lasciando così in piedi le speranze che tutto possa essere rivisto e rivalutato.

E l’Italia? A dire il vero, poco si è sentito e ancor meno si è fatto. Molti appelli sono stati lanciati soprattutto nel territorio più caro al nostro giovane connazionale. Luigi De Magistris, Sindaco del capoluogo campano, più volte si è detto speranzoso di poter riabbracciare presto uno dei «tanti giovani impegnati nelle battaglie a difesa dell’ambiente e dei diritti». Parecchio attivi paiono i diplomatici, con la Farnesina che si è messa a disposizione con un «lavoro encomiabile» secondo il parere di Aristide D’Alessandro, padre del giovane, recentemente intervistato da ‘Huffington Post’. Dagli scranni della maggioranza si è levata invece qualche voce, a dire il vero un po’ nascosta e decisamente poco seguita o amplificata: ivi troviamo quelle di Michele Anzaldi, Ermete Realacci ed Enzo Amendola che ricordano con fermezza, a sostegno delle proprie tesi, l’articolo 160 della convenzione Onu.
Certo, tenendo bene a mente il caso dei due marò ci si sarebbe aspettato qualcosina di più, soprattutto da parte di chi durante la campagna elettorale ha sbandierato alta la volontà di riportare a casa i due militari italiani e messo in scena pirotecnici show all’ombra del Colosseo. Ma a quanto si è capito, a votare non ci si andrà almeno per un po’: i problemi dei nostri connazionali all’estero possono pure riposare in pace e aspettare la prossima crisi di governo e il nuovo riavvicinarsi delle urne.

di Mauro Agatone

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