Vittorio Capotorto tra Eduardo e New York

La dimensione umana, la spontaneità e la genuinità di un personaggio, le verità universali contenute in un testo: queste le premesse alla base della ricerca del regista.
Capotorto ha cominciato a nutrire il proprio amore per il palcoscenico da giovanissimo e affinato la propria sensibilità accanto ad Eduardo De Filippo, che mi racconta di aver coinvolto nel salvataggio del teatro Van Westerhout di Mola di Bari.
Tra i suoi lavori a New York si annoverano, tra i tanti altri spettacoli, Philip Mazzei, l’opera jazz presentata al Lincoln Center, e l’Orlando Innamorato, di cui ricorda, con giustificato orgoglio, il fatto che sia stata, ad oggi, l’unica opera Italiana interpretata nella prestigiosa cornice naturale di Central Park; rivendica anche il merito di aver reso omaggio ad un autore dimenticato come Boiardo, «reo di aver messo sullo stesso piano Cristiani e Saraceni» e, per questo, «bandito dai programmi ufficiali, che gli hanno preferito il successivo e più politicamente corretto Orlando Furioso».
Capotorto è affabile, spiritoso, e particolarmente accorato nel parlare del proprio lavoro e del progetto di aprire un Teatro Stabile Italiano a New York.

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Qual è l’importanza di avere uno spazio del genere negli Stati Uniti?
Poter realizzare con continuita’ e senza scadenze il progetto teatrale innovativo che abbiamo iniziato. Esistono a New York teatri rappresentativi di tutte le culture tranne quella Italiana. Finora, grazie soprattutto a finanziamenti privati, abbiamo affittato i luoghi dove presentare i nostri allestimenti, come Born Liars. Lo scenario della filantropia culturale qui è molto diverso da quello in Italia. I finanziamenti privati, provenienti soprattutto da Americani e Italo-Americani, sono incoraggiati dal fatto di essere deducibili dalle tasse, ma lasciano il tempo che trovano se sono impegnati in produzioni episodiche; è fondamentale ed imprescindibile avvalersi di un propria e permanente “casa teatrale” (Eduardo docet) che promuova la cultura e l’arte Italiana a New York.

Qual è il suo approccio nel dirigere gli attori?
Io non credo in un vero e proprio metodo prestabilito. Cerco di tirar fuori negli attori quell’umanità che tutti noi abbiamo dentro. Ognuno di noi possiede una vastità incommensurabile di sentimenti ed è in grado di relazionarsi a qualunque testo; si tratta soltanto di permetterci di esprimere ciò che già possediamo naturalmente. Di disfarsi di tutte le stratificazioni e le inibizioni che ci impediscono di arrivare alla verità del testo. Eduardo diceva che «Teatro è vivere sul serio quello che la gente, nella realtà, recita male». Io aspiro a quello.

http://www.parolibero.it/cultura-e-spettacolo-mnusidebar/cultura-e-spettacolo/born-liars-june-havoc-theatre.html

 

Twitter: @claudia_pulchra

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Claudia Pellicano

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