Tahar Ben Jelloun riflette sull’Islam che fa paura

Islàm. Sarebbe bello se per un tempo più o meno lungo chi legge, prima di proseguire la lettura, facesse una pausa.
Cosa evoca nella mente questa parola che tanto spesso sentiamo risuonare nel vasto universo mediatico? Stragi, morti, attentati, kamikaze, Al Qaeda, Isis, prigionieri sgozzati, precedono (per taluni escludono) qualsiasi altra forma di conoscenza come se questa religione fosse ormai riducibile ad una fonte da cui si irradiano solo orrore e violenza. La tragedia a Parigi del 7 gennaio 2015 nella redazione di Charlie ha certamente scosso la Francia e l’intero occidente. Tahar Ben Jelloun nel suo ultimo libro, È questo l’islam che fa paura edito da Bompiani, invita il lettore a non lasciarsi sopraffare da interpretazioni corrive e superficiali; ci esorta a travalicare sia la sommaria demonizzazione del Corano sia l’insulso e troppo vago buonismo che genera frasi come «l’islàm non è solo questo». Il primo passo è cercare di comprendere, ci ricorda l’autore, perché non esiste alcuno «scontro di civiltà» ma «solo uno scontro di ignoranze, e questo scontro è terribile perché genera infelicità, guerre e razzismo».

[La più consultata delle enciclopedie ci informa sull’intimo significato del termine islàm: «è un sostantivo verbale traducibile con «sottomissione, abbandono, consegna totale [di sé a Dio] che deriva dalla radice aslama, congiunzione causale di salima («essere o porsi in uno stato di sicurezza»), ed è collegato a salām («pace»). Nel linguaggio religioso, il concetto può essere tradotto con la parafrasi: «entrare in uno stato di pace e sicurezza con Dio attraverso la sottomissione e la resa a Lui»].

Al termine di una conferenza all’università di Fès uno studente chiede a Tahar Ben Jelloun se crede in Dio; lui esitante dice di non essere tenuto a rispondere a quella domanda. Nella sala si genera un inquietante vocio che culmina nella formazione di un tribunale improvvisato che lo accusa di ateismo. L’esperienza è rivelatrice: l’autore scopre la solitudine dell’intellettuale di cultura musulmana che è chiamato a scegliere tra la libertà di coscienza di cui può godere in occidente e l’appartenenza alla Umma islamica che gli nega tale esercizio. Il monito paterno di non rendere conto a nessuno su questa terra e di sentirsi responsabile solo davanti a Dio lo libera definitivamente da possibili derive oscurantiste. L’incresciosa avventura in Marocco alimenterà il desiderio di riflettere sull’islàm attraverso la costante interrogazione dei suoi testi e dei suoi commenti.

La prima parte del libro è una dialogo garbato con la propria figlia in cui lo scrittore cerca di spiegare le ragioni che portano il mondo a temere questa religione, ispirata alle altre due religioni monoteiste: il cristianesimo e l’ebraismo. Tutte le religioni aspirano alla pace e all’armonia; è l’uomo che ne distorce i contenuti violando la loro innocenza. È naturale avere timore di persone che massacrano e sgozzano in nome del Corano; ingiusto ignorare che «c’è l’islam e poi ci sono coloro che lo tirano verso il polo della violenza perché la loro lettura non ha colto le sfumature e le basi del pensiero islamico».

Quando Maometto morì i versetti che l’angelo Gabriele gli aveva trasmesso non erano stati trascritti; solo vent’anni dopo, per volere di Othman il terzo califfo, sarà redatto da una commissione composta da sei compagni del profeta un testo unificato. Due secoli più tardi quando il libro raggiunge il grande pubblico sorgono due grandi correnti; quella mutazilita costituita da teologi razionalisti che leggono il testo presupponendo ‘una volontà divina e giusta’ di cui l’uomo può cogliere il senso e adeguarvi le proprie azioni’ contro quella dei tradizionalisti per i quali il Corano non solo è increato ma deve essere letto in modo letterale senza distanza alcuna né intepretazione. La seconda corrente culminerà con Abd al Wahhab, un saudita del XVIII secolo, in un islam duro e puro che oggi «imperversa in Arabia Saudita e Qatar» e contempla l’applicazione della sharia realizzando «una visione del mondo retrogada e in opposizione allo spirito che ha segnato i primi secoli» di questa religione.

Nella sura II il versetto 42 recita: «Non date alla verità veste di menzogna». In molti continuano a trasgredirlo.

Anticamente il termine Jihad stava ad indicare il massimo sforzo possibile del credente volto al superamento di se stesso; era un atto di resistenza contro le tentazioni negative: una nobile ricerca spirituale. È solo dopo le guerre di frontiera tra il mondo musulmano e quello bizantino che essa assume un’accezione nuova decisamente più aggressiva. Oggi designa per alcuni musulmani la guerra santa contro il miscredente; coloro che si sentono chiamati a compierla sono i «combattenti dell’odio» che «fanno una lettura pedissequa del Corano prendendo alla lettera ciò che vi è rivelato». L’Isis è l’ultimo abito posticcio dell’ennesima eresia nata da una «mera invenzione di Al Baghdadi autoproclamatosi califfo per giustificare la sua sete di male e la sua volontà di prendere il potere fino a regnare su tutti i musulmani del mondo». Le sue subdole promesse, come era accaduto con Al Qaeda, esercitano un potere di seduzione enorme sulle persone prive di una solida identità; la loro disponibilità nasce dall’illusione di colmare i loro vuoti esistenziali attraverso il coinvolgimento in questa lotta. I reclutatori offrono a molti ragazzi appena usciti dal carcere e ad altri che vivono nel disagio delle periferie un prospettiva che molti paesi in occidente non riescono a dare; per loro la religione diventa qualcosa di più grande della religione stessa: una morale, una cultura e un ragione di vita. Tutto confluisce nella peggiore delle aberrazioni possibili: la folle prefigurazione di un falso paradiso sostituisce al naturale istinto di vita quello insensato di morte. La facile manipolazione delle loro fragili menti incrementa i campi di addestramento in Iraq, Yemen, Pakistan o Libia ormai fucine di nuovi potenziali terroristi.

Nella sua introduzione al Corano Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo musulmano a Trieste e Urbino afferma che «da Raschid Rida (1865-1935) fino a Sayyd Qutb l’islàm del XX secolo ha sviluppato un’esegetica coranica ossessionata dall’ideologia del discorso politico». A parte la Tunisia (l’ultimo attentato al museo Bardo non è casuale) unico paese arabo e musulmano ad aver introdotto l’eguaglianza tra l’uomo e la donna e la libertà di espressione facendosi paladina della laicità, tutti quanti gli altri paesi continuano a fondere politica e religione negando la nascita di uno stato di diritto. Inoltre «l’odierno carattere di diaspora dell’islam – prosegue il prof. Allam – «obbliga i musulmani a riformulare la propria identità, a coniugare lo spirito della parola coranica che si misura con il tempo e il cambiamento». Gli fa eco nel suo libro Ben Jelloun quando sostiene senza infingimenti che «non è l’islàm che va cambiato ma i musulmani» aggiungendo che affinché ciò possa accadere «vanno previste e intraprese azioni educative che coinvolgano diverse generazioni». Come suggerisce ancora l’autore occorre guardare cosa avviene nelle moschee scegliendo imam che chiariscano le menti dei giovani reclusi preparandoli e reinserendoli nelle vita attiva; assicurarsi che questi stessi imam non siano finanziati da stati stranieri imponendo loro di seguire un percorso formativo volto a scongiurare azioni di proselitismo e a favorire un lavoro di pacificazione.

È anche giusto che l’occidente mediti sui propri errori e sulle proprie responsabilità senza dimenticare che «le catastrofi storiche non avvengono a caso e che approfondendo «si riescono a rintracciare le loro origini». Lo “stato islamico” jihadista di al Baghdadi è la conseguenza di una serie di avvenimenti e di circostanze politiche che ne hanno preparato il terreno; l’uccisione di Sayyid Qutb e di altri oppositori islamici e democratici da parte di Nasser di cui Gheddafi fu grande ammiratore; la nascita della Repubblica islamica dell’Iran per mano dell’ayatollah Khomeini il quale sosteneva nel 1978 che “l’islàm o è politico o non è”; «l’assenza di un’autentica democrazia, l’autoritarismo dei capi illegittimi e l’accumulazione di ingiustizie sociali aggravate dalla corruzione e dall’arbritrarietà» che ammantano tutto il mondo arabo e musulmano; infine l’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano nel marzo del 2003 che ha fatto di questo paese un «campo di rovine» e «la base del terrorismo internazionale».

Si teme ciò che non si conosce. Ciò vale per ogni uomo. La paura di affrontare lo smarrimento e lo sforzo che ogni atto di conoscenza presuppone rischia di farci ripiegare su noi stessi; l’identità è dinamica e ha bisogno di essere nutrita dalla difficile dialettica con l’altro perché come scrive Enzo Bianchi: «Ascoltare uno straniero non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi».

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Filippo Deodato