Luigi De Filippo ci racconta l’amore che non c’è più

Lo spettacolo ruota attorno ad una giovane coppia di neosposi costretti ad affrontare da subito una crisi coniugale. La gelosia della consorte è troppo soffocante, anche se la controparte maschile non sembra disdegnare attenzioni di altre donne.
Ai suoceri (di lui), coppia inossidabile e col tempo sempre più affiatata, toccherà dimostrare ai giovani che per vivere un rapporto in serenità bisogna saper accettare anche i difetti dell’altro: un po’ di sano litigio non può che rinsaldare i legami e ravvivare la passione. L’unico modo è di inscenare diverbi e finti tradimenti, così da apparire come un esempio credibile di coppia provata, ma mai vinta dalle difficoltà. Commedia effervescente, di spiccata accezione partenopea, che ci riporta nell’immortale teatro tradizionale. Vedere Luigi De Filippo che interpreta un testo di Eduardo Scarpetta è un po’ come assistere a un evento leggendario: due miti del teatro che si rincontrano, con inevitabili rimandi alla grande tradizione campana che ebbe proprio con i De Filippo il suo culmine.

Il dialetto napoletano, mai troppo ostentato, non fa che impreziosire la spontaneità dei personaggi. Ottima la caratterizzazione irriverente della servitù. La giovanissima Fabiana Russo, costretta ad interpretare due diversi ruoli di domestica, diventa un punto di riferimento attorno al quale ruotano le vicende familiari. Una serva poco discreta che sa tutto di tutti, e con tutti candidamente ne parla.
Bravi i giovani protagonisti, che non scompaiono dinanzi all’esperienza di Stefania Ventura e dell’ottantenne De Filippo (il teatro sembra essere il suo elisir di lunga vita).
Notevole l’impatto scenografico: l’interno di un’abitazione di lusso ricostruito alla perfezione, in cui un minimo spostamento degli oggetti e degli accessori di scena è sufficiente per ricreare ambienti sempre nuovi e diversi. Un plauso a questa rinnovata avventura di Luigi e della moglie Laura Tebaldi, che nel 2011 hanno coraggiosamente preso in mano le sorti di un Teatro Parioli ormai condannato alla chiusura. Senza sovvenzione alcuna, ma grazie ad un personale impegno artistico ed economico ne hanno prolungato l’esistenza.
Forse è solo un piccolo miracolo in bilico di sopravvivenza, o forse un segno che la grande tradizione teatrale nazionale può trasmetterci ancora molto.

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Gianluigi Cacciotti

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