Un caffè proprio speciale

Ma più semplicemente  una tazzina di caffè è, spesso, solo una scusa per scaldarsi il cuore…
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– TOC TOC!
– Chi è?? – La signora Rosa, nella sua lunghissima vita, non aveva mai usato il citofono per rispondere agli ospiti. Preceduta dai suoni delle sue pantofole strascicate faticosamente sul pavimento, la sua testolina canuta appariva sporta dal balconcino fiorito verso il portone della villetta.
– Rosa, sono S-A-R-A – aveva alzato un po’ il volume della sua voce avendo visto la vecchietta allungare un po’ l’orecchio mentre metteva faticosamente a fuoco con gli occhi.
– Saraaaaaaaaa! Sali ‘ngopp – I sensi erano arruginiti ma la vitalità e la forza di quella donna brillavano sempre come acciaio inossidabile. All’udire quel nome non poteva non riconoscerla. Era amica della nipote da una vita, aveva passato intere estati in quella casa non lontana dalla costiera Amalfitana.
Il portone era  sempre aperto per gli ospiti, si bussava per educazione. Gli amici fidati sapevano che per trovare le chiavi bastava infilare la mano nel vaso delle rose rampicanti che incorniciavano la porta.
– Ciao!!! – prima di infilare la chiave nella serratura Sara fu preceduta da un’accoglienza energica inaspettata. Una “nanetto” che aveva imparato a camminare da non più di tre anni si era appeso alla maniglia per aprirle la porta.
– …Eh tu chi sei? – Era bellissimo, aveva gli occhi azzurri come il cielo delle giornate  dell’estate che stava per arrivare e i suoi tratti sarebbero sbocciati in una bellezza quasi nordica.
– Carlo, vien accà – Intanto Maria era scesa al piano terra, dove gli ospiti erano accolti da una magnifica taverna con la cucina illuminata da un’enorme vetrata che ridava sui portici del giardino- E’ o’ figl ro’ vicin! Sara, fatti abbracciare! – Si erano viste la primavera dell’anno prima. Quella donnetta dal corpo esile profumava di vita e di tutti i fiori che aveva in giardino.
Sara passava da anni la seconda settimana di aprile a casa della nonna di Maria, gli dispiaceva lasciare Paolo a Roma ma ogni tanto era necessario interrompere la routine. Quel posto era un paradiso terrestre. La casa in campagna dei sogni, il luogo a cui anelava nelle sue grige giornate in ufficio.
– Maria sta per arrivare. O vuoi o’ cafè?- la domanda di Rosa era retorica, non esisteva la possibilità di risposte negative: quando lo chiedeva le prime gocce stavano già riempiendo la moca. Sara sapeva benissimo che in quei giorni sarebbe andata in overdose di caffeina. Lì si bevevano caffè a tutte le ore del giorno  e  rifiutarli era un presagio negativo, un tradimento, un grave torto all’amicizia.
Intanto il bambino era corso in giardino. Gino, il pastore abruzzese ormai anzianotto, era più alto di lui.
– Allora, Rosa, come stai?
– Stong bbuon. Ma gli acciacchi della vecchiaia iniziano a farsi sentire- Questa frase la diceva da decenni. Aveva 91 anni – Carlo vien accà! O’ cafè!
L’offerta del caffè di Rosa a un pidocchio, alto meno di un metro, le ricordavano l’eccitazione dei suoi primi caffèin quella casa, quando a malapena sapeva camminare. Una strana abitudine della Campania è quella di fare assaggiare ai bambini tutto quello che non devono assaggiare: e il vino e il caffè sono al primo posto tra questi cibi “proibiti”. E’ la trasgressione a rendere tutto divertente. Spesso gli artefici di tutto sono i nonni. Il “reato” avviene in silenzio, di nascosto ai genitori, come una sorta di rito di iniziazione precoce dei piccolissimi al mondo degli adulti. L’evento rende entausiasti i grandi quanto i piccoli: si intinge il ditino del bambino nella proibita bevanda, glielo si avvicina alla bocca e poi ci si bea delle sue smorfie e del suo scalpitare eccitato per il nuovo sapore. Il più delle volte il bambino ci prende la mano e inzuppa ossessivamente il dito nel liquido proibito fino a poi rovesciarselo addosso e schiamazzare divertito. 
– La mamma non vuole! – aveva un grande senso di responsabilità quel bambino. Lo aveva detto con un tono solenne mentre incrociava le braccia in segno di disapprovazione per la proposta della vecchia. 
– Non la sta a sènt a’ mamm’- Già Rosa nutriva una malcelata antipatia per quella donna che aveva visto di sfuggita un paio di volte, sapere che per sua causa Carlo non beveva il caffè la irrigidiva. – E papà? Papà te lo fa bere? – dicendo queste parole intanto lo aveva preso sulle gambe.
– Si papà si! Ma alla mamma non glielo diciamo. – Rosa era soddisfatta, lo sapeva: Antonio era un uomo straordinario, non avrebbe mai potuto tradire le sue radici campane.
Sara era seduta di fronte a loro. Il bambino fissava la tazzina. Mentre la vecchia gliela avvicinava alle labbra lui chiudeva gli occhi per nascondere timidamente a se stessto il gesto proibito dalla madre severa.
Dopo essersi appena bagnato le labbra nel caffè fissava Sara che aveva iniziato a bere il suo. Come la nonna Rosa non li faceva nessuno. 
– Ma il caffè chi lo ha inventato? – Carlo aveva una mania per le invenzioni. La curiosità normale dei bambini della sua età fremeva in lui con una forza raddoppiata.
– AAAAh! –  Rosa era contenta di aver avuto l’occasione per tornare ai fornelli sui quali ribolliva un sugo avviato la mattina all’alba – Sara, facc’ un po’ o’ cunt’ ro pastor’. Te lo ricordi? Io agg fa o’ sug’
Come avrebbe potuto dimenticare la storiella del pastore? In quella casa gliel’avevano raccontata decine di volte. Il caffè era un leit motiv di quella famiglia quindi tutti avevano imparato bene la leggenda che girava nel mondo sulla scoperta del chicco del caffè. Carletto era rimasto seduto di fronte a lei. Senza più il cuscino sopraelevatore delle gambe di Rosa, dall’orizzonte del tavolo gli si vedevano solo gli occhi. 
– Allora, Kaldi era un pastorello…
– Kaddi?- il bambino aveva già trovato un nome da cartone animato al protagonista della leggenda talmente tenero che Sara non aveva il coraggio di contraddirlo
– Si Kaddi. Era un pastore che portava le sue capre a pascolare in Etiopia.
– Dove sta?- domanda inevitabile
– L’Etiopia è in Africa. Nei campi dell’Etiopia queste caprette trovarono la pianta del caffè e iniziarono a mangiarne le bacche
– E’ una pianta??? – Il bambino era sbigottito
– Si è una pianta tropicale. I suoi semi si macinano e ne viene fuori il caffè. – Sara cercava di semplificare. – Queste capre dopo aver mangiato il caffè, la notte invece di dormire, vagabondavano e saltellavano vivaci come non mai. Kaldi cercando la motivazioni di questa strana cosa, scoprì che avevano mangiato la pianta del caffè. Raccolse i semi e dopo averli abbrustoliti li macinò ottenendo l’infuso del caffè.
Il bambino appariva confusamente meravigliato ma la sua attenzione era distratta da Gino che abbaiava. Maria stava tornando.{ads1} Un caffè che pochi conoscono…
La storia di Kaldi è solo la più famosa delle innumerevoli leggende che da secoli girano il mondo sulla scoperta del caffè. La sua origine è materia assai contraversa tra i botanici stessi. La maggior parte di essi sostiene che i primi a scoprire le proprietà stimolanti di questo arbusto furono gli abitanti dell’Etiopia, altri ricercano le sue origini nel Medio Oriente. Etiopia, Persia o Yemen? Non è ancora chiaro. E’ invece certo  che che un chicco di caffè ci unisce come un filo invisibile a qualcun’altro che vive nel Sud del mondo. Una ricerca ha appurato che il caffè è la seconda bevanda analacolica più bevuta al mondo dopo l’acqua. La sua coltivazione è fonte di reddito per oltre 25 milioni di famiglie distruibute in 50 paesi del mondo. La tazzina di caffè che beviamo al bar è il prodotto di  un mercato globale enorme, che da secoli scrive la storia e la cultura dei paesi produttori e scandisce i momenti della giornata di noi paesi consumatori. La pianta del caffè appartiene alla famiglia delle Rubiacee e benché le specie più conosciute siano solo l’Arabica, per la sua raffinatezza aromatica, e la robusta, per la sua intensità, esistono circa un centinaio di specie con le relative, numerosissime, variabilità genetiche. La Fondazione Slow Food per la Biodiversità si occupa, attraverso la riscoperta di alcune specie selvatiche dei caffè africani che non hanno nulla da invidiare a quelle più conosciute, anche della rivalorizzazione di queste specie che furono abbandonate in epoche coloniali perché poco in linea con le esigenze tempistiche e produttive della coltivazione commerciale. Alcuni studi hanno rivelato che proprio queste specie rappresentano il futuro e la sopravvivenza della produzione di tutto il mondo del caffè commerciale coltivato in maniera intensiva. Perché? L’habitat naturale delle piante del caffè è all’ombra degli alberi ad alto fusto delle foreste tropicali e non l’esposizione perenne al sole delle piantagioni intensive che richiedono aiuti chimici per compensare lo stress del suolo. Quindi, solo attraverso la salvaguardia delle specie selvatiche  sarà possibile conservare il patrimonio genetico a cui ricorrere, ad esempio, per combattere le numerose epidemie di ruggine fogliare che sta devastando le colture intensive del sud America. Purtroppo la sopravvivenza di queste specie è a rischio a causa della deforestazione di zone dell’Africa tropicale, del Madagascar, e delle isole Mascarene dell’Oceano indiano, unche tre regioni de mondo in cui si possono trovare piante di caffè allo stato selvatico. Solo un attento lavoro di recupero di queste specie, attraverso l’assistenza fornita ai produttori locali e alla promozione sui mercati locali e internazionali potrà assicurare la sopravvivenza di intere popolazioni produttrici e ai nostri futurissimi eredi il gusto di un’autentica tazzina di caffè.
  

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Benedetta Izzo

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