L’11 settembre negli scatti che lo hanno raccontato

Una mattinata come tante, una di quelle che apparentemente scandisce la frenetica routine giornaliera di un’affollata metropoli come New York, in radio passava il singolo di J.Lo “I’m Real” che aveva appena raggiunto la vetta della Bilboard Hot 100, poi qualcosa è cambiato. Ore 8:46, un rumore assordante causato da una collisione fece alzare lo sguardo a tutti i passanti che si trovavano intorno al World Trade Center. Davanti ai loro occhi increduli si stava consumando una scena spaventosa: l’America non ha avuto neanche il tempo di realizzare cosa stava accadendo che alle 9:03, come un brutto sogno ricorrente, ecco la stessa scena ripetersi. Era l’11 settembre 2001 quando due aerei vennero dirottati contro le Torri Gemelle (e un terzo contro il Pentagono) imprimendo con forza quella data nella memoria di tutto il mondo.

Ancora oggi gli attentati dell’11 settembre sono una ferita che fa fatica a rimarginarsi nel cuore degli americani, le due vasche costruite dove sorgevano le Twin Towers sono le cicatrici visibili che l’attacco ha lasciato a New York. Ogni anno una cerimonia commemorativa dà voce a chi non può più parlare: vengono letti i nomi delle vittime in un assordante silenzio dei presenti. Le parole (e i silenzi) aiutano a ricordare, ma talvolta non bastano ad esprimere la potenza di certi avvenimenti e le immagini fanno più rumore di un discorso e restano indelebili nelle menti di chi le guarda. L’impatto dei due aerei è stato ampiamente documentato e alcuni fotogrammi in particolare sono diventati un simbolo di quel giorno.

Impossibile dimenticare i corpi di coloro che si lanciavano dalle finestre delle due torri in fiamme: “The Falling Man” è lo scatto di Richard Drew, fotografo dell’agenzia Associated Press, che riassume perfettamente lo stato di quei “corpi volanti”. Drew quella mattina era stato mandato al Bryant Park di Manhattan per fotografare una sfilata di moda premaman quando fu chiamato dalla sua agenzia per recarsi al World Trade Center. Il fotografo scese alla fermata di Chambers Street e si trovò davanti le due torri avvolte dal fumo e iniziò a scattare. Tra tutte le foto fatte ai corpi in caduta libera, quella di un uomo a testa in giù, con le braccia allineate al corpo e una gamba piegata ha un’incredibile potenza simbolica: la compostezza con cui quell’uomo sembra affrontare la morte è disarmante.

Mentre gli obiettivi di tutto il mondo erano puntati sulle due Torri in fiamme cosa accadeva nella Casa Bianca? Il presidente e il suo staff come reagivano alla notizia? Quest’estate sono state rese pubbliche delle foto inedite che mostrano quell’11 settembre negli scatti rubati nel cuore del potere: compaiono Condoleezza Rice,la first lady Laura Bush, il segretario di Stato Colin Powell.  Troviamo il vicepresidente Cheney seduto con i piedi sulla scrivania, il presidente Bush e tanti, tantissimi altri.

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Ma tra la disperazione e le macerie c’è uno scatto che rappresenta la silenziosa tragedia di coloro che quel giorno riuscirono a farcela: quello che ritrae Marcy Borders, soprannominata “The Dust Lady”. Questa giovane donna è stata immortalata completamente ricoperta di detriti e cenere mentre scappava dalla prima torre del Word Trade Center. La donna è sopravvissuta all’attentato, ma non al cancro che l’ha uccisa all’età di 42 anni. Dopo quel tragico giorno, Marcy era caduta nel tunnel dell’alcool e delle droghe, ogni aereo la spaventava a morte, ma dopo 10 anni era riuscita a sconfiggere i suoi fantasmi. La diagnosi del tumore allo stomaco fu un fulmine a ciel sereno che ha stroncato la sua vita pochi mesi fa.

Tra tutte le immagini che ci hanno mostrato le orrende sfaccettature dell’11 settembre ce ne sono alcune che incarnano quello che di umano ha tirato fuori questo tragico evento: la solidarietà che gli americani – e non solo – hanno dimostrato nei confronti di parenti e amici delle vittime e la volontà di rialzarsi tutti insieme. Su Instagram e su altri social come Facebook migliaia di persone hanno postato foto che ritraggono il loro modo di commemorare e ricordare: dalle cartoline messe in prospettiva per riempire quel “vuoto” che ora c’è sul panorama della Grande Mela a disegni e braccialetti con la scritta “We remember”.

We remember.

Twitter: @amiraabdel13

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Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.