Roma: dopo l’ennesima goleada la misura è colma

Juventus – Roma 3-0 Napoli – Roma 3-0 Roma – Bayern Monaco 1-7 Roma – Fiorentina 0-3. Questo piccolo estratto è solo un focus sulle figuracce rimediate dalla Roma di Rudi Garcia negli ultimi due anni e mezzo: prestazioni sempre giustificate dalla dirigenza e dall’allenatore con dichiarazioni “mature” per una piazza definita “isterica”. La stessa piazza ormai rassegnata all’idea che le parole “vittoria, trofeo e AS Roma” non possano mai essere inserite nella stessa frase; ma consapevole che dopo ogni imbarcata ci sarà sempre una dichiarazione evasiva del condottiero di Nemours.

Mai un’autocritica, mai un’ammissione di inferiorità. Sempre uno spostamento dell’attenzione sugli obiettivi futuri, sugli arbitraggi, su colpe dei singoli o del sistema. Uno stile “mouriniano” nella forma ma non nei contenuti. Il vero problema della Roma di Garcia, almeno in Italia, è conclamato come sia la fragilità nei momenti cruciali. Ogni qualvolta si è trovati a dover dare un segnale di forza, si è sciolta come neve al sole. Solo per dare alcuni numeri: il saldo di Garcia a Napoli e Torino (sponda Juventus) parla di cinque sconfitte su cinque incontri. Al San Paolo la Roma non ha mai segnato, subendo sei gol in tre partite. Allo Juventus Stadium è andata un pò meglio, almeno due gol sono stati messi a segno, ma comunque i punti portati a casa sono sempre stati zero. Quest’anno i giallorossi non sono ancora andati nè a Napoli nè a Torino, ma il primo scontro diretto con la capolista Inter ha portato gli stessi frutti. Sconfitta e zero punti.
Andando in Europa la situazione non migliora di certo, anzi, le sconfitte si fanno ancora più pesanti. L’anno scorso i sette gol subiti in casa dal Bayern Monaco sono stati solo l’antipasto di una sconfitta ancora più bruciante avvenuta mesi dopo in Europa League contro la Fiorentina. Un crollo ingiustificato in appena 20 minuti contro una squadra assolutamente alla portata dei giallorossi.

Ma in tutte queste imbarcate degne di una provinciale di metà classifica qual’è il minimo comun denominatore? L’ego spropositato dell’allenatore francese. I tifosi giallorossi ormai sentono come una cantilena le dichiarazioni post partita che variano tra “l’importante è ripartire subito per raggiungere gli obiettivi futuri” alternati a “provvederemo ad applicare i correttivi giusti, perchè questa sconfitta ci serva di lezione”. Peccato che sono due anni che non si raggiunge nessun obiettivo prefissato, men che meno si alzano titoli ma soprattutto sembrano non esserci mai quei correttivi giusti che limitino figuracce in giro per l’Italia e per l’Europa.

La partita di ieri con il Barcellona è l’ennesimo esempio di una direzione tecnica ormai arrivata al capolinea. Come preventivato i marziani blaugrana hanno vinto il loro match ma quello che ormai risulta ingiustificabile è il risultato finale. Un 6-1 che pesa come un macigno, non tanto per il solito “obiettivo finale” della qualificazione che è ancora raggiungibile, ma per la modalità con il quale è arrivato. Una squadra tatticamente impreparata, molle, già pronta a subire una pesante sconfitta al grido di “ma loro sono di un altro pianeta, l’importante è la partita con il BATE.”

La misura è oggettivamente colma. Purtroppo si è capito negli anni come Rudi Garcia sia intoccabile: un allenatore scelto dal presidente Pallotta, che egoisticamente non riesce a sbugiardare la prima vera scelta personale da quando è a capo della Roma. Ma una società come quella giallorossa non può sopportare che, quasi come un tassa, i suoi giocatori subiscano periodicamente goleade imbarazzanti. Andrebbero presi dei provvedimenti, anche drastici visto che le prime crepe si registrano anche nello spogliatoio, come velatamente sottolineato da Maicon a fine gara: “Non abbiamo fatto niente, abbiamo difeso per 90 minuti – commenta il brasiliano – e con una squadra così, che gioca sempre alle spalle dei difensori, è difficile. Abbiamo tentato qualche ripartenza ma non abbiamo fatto niente, e il 6-1 è anche poco perché per quello che abbiamo fatto potevamo prendere anche più gol».

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.