Djokovic araba fenice a Wimbledon

Dopo due anni di crisi, di dubbi, di guai fisici, Djokovic rinasce a Wimbledon. Batte Nadal in una maratona di due giorni e domina in finale Anderson. Delude Federer, ancora sconfitto da match point a favore. Serena Williams non riesce a completare la sua rinascita, troppo solida Kerber in finale. Un torneo da grandi emozioni in quarti e semifinali, ma la regola del tie break è da cambiare. La disfatta dei giovani.

Tra il Roland Garros del 2016 e la coppa alzata ieri da Djokovic sono passati 25 mesi. Un lungo periodo nel quale si sono susseguite una serie di illazioni e polemiche: dalla presunta crisi matrimoniale all’influenza eccessiva del guru Imaz, dal calo di motivazioni susseguito alla conquista dell’unico trofeo che gli era sempre mancato, alla girandola di coach al suo fianco, Becker, Agassi, Stepanek. I problemi al gomito hanno limitato il suo rendimento in tutto il 2017, è stata scelta una terapia conservativa, il riposo e infine, dopo gli ultimi Australian Open, l’intervento. Il giocatore che ha perduto da Daniel a Indian Wells e da Paire a Miami sembrava essere talmente lontano da quello imbattibile da insinuare dubbi relativi al se piuttosto che al quando lo avremmo rivisto sui suoi livelli. È stato un lento processo durante il quale lo storico coach Vajda, tornato al suo fianco dopo tanti esperimenti, ha svolto un ruolo fondamentale. Il Foro Italico è stato uno snodo, lì si è rivisto un buon Djokovic. La delusione parigina con Cecchinato un passo indietro tale da smorzare le sue velleità di erba, ma dal Queen’s alla prima settimana di Wimbledon abbiamo assistito a un ulteriore passo avanti.

Il turning point del torneo e forse di questa fase della sua carriera è stato la semifinale con Nadal. Rafa veniva da una splendida vittoria su Del Potro nei quarti, 6-4 al quinto dopo 4h e 47′ di emozioni e spettacolo. L’argentino era stato 2 set a 1 e nella frazione decisiva aveva avuto 5 palle del controbreak. L’abbraccio finale fra i due è stata un’immagine che ben spiega la grandezza di questa generazione.

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L’infinita maratona fra Isner e Anderson ha costretto Nadal e Djokovic a iniziare la loro semifinale alle 20 locali e sotto il tetto. Entrambi sapevano di avere 3 ore a disposizione prima che scoccasse il gong delle 23, ora stabilita da accordi fra organizzatori e comune per cessare il gioco. Rafa è stato più brillante e propositivo, ma Nole ha giocato un primo set quasi perfetto. Non abbiamo sempre assistito a quegli scambi dal ritmo ossessivo dei loro giorni migliori, ma, complice anche l’erba e le condizioni indoor, lo spettacolo si è mantenuto su alti livelli. Nadal ha vinto il secondo parziale 6-3 ed è stato evidente che non sarebbe finita quella sera. Il tie break del terzo si è rivelato fondamentale per Djokovic, che non poteva avere le stesse certezze atletiche del suo avversario. Il serbo ha annullato tre set point prima di chiudere 11-9 andando a dormire avanti 2 a 1. Si è ripreso alle 13 inglesi, a tetto chiuso malgrado il sole poiché il regolamento impone di riprendere i match nelle stesse condizioni della prima parte. Pur svantaggiato da tale decisione – e dopo la partita lo ha fatto presente – Rafa ha avuto il consueto approccio deciso, ha vinto il quarto e si è andati avanti testa a testa nel quinto. Djokovic ha palla break sul 4-3, Nadal ne ha due sul 4-4, poi i servizi seguono il loro corso fino all’emozionante game del 7-7, nel quale Nole si salva tre volte, l’ultima con un gran vincente di dritto. Dopo un match point procurato sull’8-7, il serbo strappa infine a zero la battuta al maiorchino e dopo 5h7′ chiude 10-8.

Le due migliori partite del 2018 si sono disputate nello spazio di tre giorni. Il tetto chiuso, la fatica di Rafa con Del Potro e la semi in due tappe hanno favorito Djokovic che però ha saputo ritrovare al momento giusto le sensazioni migliori. I 73 vincenti e 42 gratuiti per entrambi spiegano la grande qualità di gioco e il perfetto equilibrio.

In finale Nole avrebbe dovuto incontrare Federer e invece lo svizzero è incappato in una delle giornate nelle quali i suoi canonici difetti lo hanno punito. Quarto perso con Anderson dopo essere stato 2 set avanti, ventesima partita perduta da match point a favore, dato spaventoso se confrontato con quello di altri grandi.

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Il sudafricano ha dato vita con Isner a una semifinale fiume nella quale i servizi l’hanno fatta da padrone come prevedibile. Il 26-24 e le oltre sei ore sono piaciuti a qualcuno, hanno fatto storcere il naso a chi non ritiene sufficiente l’equilibrio per assicurare lo spettacolo, hanno provocato il ritardo che ha condizionato l’andamento di Nadal-Djokovic. Il tie break al quinto degli US Open sembra essere una necessità in tutti i mayor.

La finale pareva scontata e per due set Djokovic l’ha dominata. Nel terzo Anderson ha difeso la battuta e ha avuto anche 5 set point, ma nel tie break è scomparso. Bravissimo lui e anche Isner ad approfittare delle défaillance degli altri, inaccettabile che i presunti campioni nati agli albori o nel corso degli anni ’90 non riescano ancora a colmare gli spazi che la generazione d’oro sta aprendo. Raonic acciaccato, Dimitrov discontinuo, Kyrgios inaffidabile, Zverev da sindrome Slam. Tsitsipas ha fatto almeno ottavi, Shapovalov imparerà, continuiamo ad aspettare. Intanto celebriamo la rinascita di una leggenda che è giunta a 4 Wimbledon, 13 Slam e che una volta ripreso il cammino promette di non fermarsi qui.

Al quarto torneo dal rientro, 36 anni, una forma non ideale e tanti problemi, Serena Williams è ugualmente giunta in finale. Ha rimontato in quarti la Giorgi, dominato la Georges ma nulla ha potuto in finale con la solidità ritrovata di Kerber. La formichina del circuito aggiunge così i Championships ai due Slam del 2016. Quanto all’americana, davvero grande in un circuito femminile sempre più piccolo, rimanda agli US Open la caccia ai 24 mayor di Court. Complimenti alla Giorgi per il torneo e per la partita con Serena, che sia un episodio o un segnale di crescita solo il tempo lo dirà.

Il taiwanese Chun Hsin Tseng ha aggiunto Wimbledon al titolo del Roland Garros spegnendo le speranze dei britannici di vedere trionfare dopo 56 anni un loro ragazzo, Draper, che in quarti aveva fermato il nostro Musetti. Chiudo con Jana Novotna, indimenticabile campionessa che vinse sui prati nel 1998. È scomparsa lo scorso anno ma qui a Wimbledon una sua ex allieva, Barbora Krejcikova, ha vinto il doppio femminile. Un alloro che in parte appartiene a chi ha saputo interpretare il gioco su erba in un modo che da allora non si è più ammirato.

Twitter: @MicheleSarno76

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michele sarno

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