A tu per tu con Alberto Busnari

 Questa volta parliamo con Alberto Busnari che fa anche parte di una delle quattro forze armate italiane, come alcune delle ragazze tra cui la Ferrari e la Ferlito: l’Aeronautica Militare. Per loro entrare a far parte dell’esercito è un traguardo e una riconoscimento importante, soprattutto per una garanzia futura e per sentirsi, in qualche modo, protetti. Dopotutto la ginnastica artistica è, come tutti gli altri sport, uno di quelli che arrivati a un certo punto non puoi più portare avanti, come dirà lo stesso Alberto durante la nostra intervista, ed è bello pensare di non andare allo sbando dopo aver dedicato una vita intera alla palestra.

Sappiamo che la tua specialità è il cavallo con maniglie. Come mai, tra i sei attrezzi della ginnastica artistica maschile, hai scelto proprio questo?
“Non c’è un attrezzo che ha qualcosa in più o qualcosa in meno. E’ una scelta che è venuta naturale e ognuno di noi, sia per caratteristiche tecniche sia per quelle fisiche, si trova meglio e più a suo agio su alcuni attrezzi piuttosto che su altri. Io, per esempio, non avendo delle gambe stratosferiche, fin da quando ero bimbo mi sono sempre specializzato sugli attrezzi di braccia come il cavallo, la sbarra o le parallele. Con il cavallo credo che sia stato, appunto, tutto molto naturale sia per come sono fatto io che ho più caratteristiche tecniche e questo è un attrezzo molto tecnico, e poi mi è sempre piaciuto. E’ chiaro che andando avanti con gli anni poi bisogna fare tutti gli attrezzi anche per avere un equilibrio all’interno della squadra, ma per il cavallo ho sempre avuto un occhi di riguardo. Alla fine se ti ci trovi meglio e ti rendi conto di essere anche più bravo e portato per quello, ti fa anche piacere.”

Tu hai sempre partecipato alle ultime Olimpiadi, a partire da Sidney 2000 fino ad arrivare a Londra 2012…
“Sì, io ho fatto quattro Olimpiadi e questa è una cosa che mi ha dato soddisfazione. A Londra, anche solo con la partecipazione, sono stato l’unico italiano nella ginnastica artistica ad aver partecipato a quattro edizioni e sono entrato nella storia perché neanche quelli più vecchi e neanche Yuri Chechi, a livello di partecipazione, lo avevano fatto. Da Sydney in poi tre volte con la squadra, mentre a Sydney da individualista insieme a Cassina.”

Cosa trovi di diverso e cosa cambia ogni volta?
“L’Olimpiade è sempre una grande cosa e per quanto possa essere una frase fatta, è sempre un sogno che si avvera. Diciamo che all’interno delle quattro edizioni sono cambiato io perché comunque nella prima avevo 21 anni e nell’ultima 33, e quindi, sicuramente, sia a livello tecnico che a livello umano sono cambiato. L’emozione è sempre tanta, rispetto alle altre gare hai quello stimolo in più perché sai che è un evento che ti guadagni giorno per giorno nell’arco dei quattro anni del ciclo olimpico. Già solo il fatto di passare da una qualificazione, perché non tutti possono partecipare, e il fatto che tu ci sarai, sono due elementi importanti per questo stimolo in più. Poi, a livello di gara, è quasi come un Campionato del Mondo. Può cambiare tutto il contorno, dalla preparazione fino a quando tu sei lì, e per uno sport come il nostro che non è seguito più di tanto, arrivi a capire che anche tu fai parte di questo mondo sportivo e ti fa piacere.”

Del tuo quarto posto a Londra se ne sono dette e lette tante. Tu però hai sempre sorriso e ti sei sempre ritenuto soddisfatto. Vale davvero il proverbio “l’importante è partecipare”?
“Ti dico la verità: io ho sempre reagito così perché è stata veramente l’emozione che ho provato subito dopo il mio esercizio e voglio ricordarla così, nel senso che, già solo il fatto, come ti ho detto prima, di essere alla quarta partecipazione per me voleva dire tanto. Ho centrato quella finale alla quale avevo fatto il filo nelle tre edizioni precedenti soprattutto dopo la delusione di Atene nel 2004, dove ero arrivato con il titolo di vice campione d’Europa, quindi con delle ottime possibilità di giocarmi la finale e, invece, per delle gare un po’ così e una giuria un po’ strana ero rimasto fuori dalle qualificazioni. Poi sono passato a Pechino dove avevo dato il massimo e mi ero preso il mio decimo posto, sempre con grande soddisfazione. Quindi quest’estate solo il fatto di trovarmi finalmente in questa benedetta finale, con un quarto punteggio, per me era già un ottimo motivo per essere contento. E’ chiaro che quando sei lì cerchi di dare sempre il meglio. Io sono rimasto felice nel senso che, avendo dimostrato in quel momento lì, nella finale dell’Olimpiade, con l’esercizio più bello della mia vita, più di così non potevo chiedere a me stesso. Un pochino di rammarico per la medaglia sfumata di un soffio è arrivato poi riguardando la gara ma, ti ripeto, preferisco portarmi a casa quell’emozione positiva che ho avuto nell’aver dimostrato tutta la mia preparazione, e questo per un atleta è la cosa più bella che c’è. Rimane la felicità. Ecco, sei poi tornavo a casa con il bronzo era meglio, ma chissà, magari recupero quest’anno!”

E se dicessimo Rio 2016, lo vedi nel tuo futuro?
“No, Rio è lontano… è un periodo un po’ troppo lungo. Sinceramente, anche per come sono andate le cose a Londra, ho un nuovo stimolo per andare avanti quest’anno che è un anno particolare. Ci sono i Campionati d’Europa e i Campionati del Mondo di specialità, quindi non c’è un discorso di squadra e ognuno di noi può prepararsi al meglio. Tra l’altro, con la nuova versione dei punteggi, l’elemento che mi sono inventato vale un decimo in più e, per questo, mi trovo con il programma che ho fatto a Londra, con lo stesso identico esercizio che vale due decimi un più. Mi son proprio detto, dentro di me, “perché non riprovarci ancora un annetto?”. Pensare adesso a tra quattro anni, con i miei 34 anni, la vedo un po’ dura. Per adesso sarebbe bello finire in bellezza, un bell’Europeo e un bel Mondiale.”

Matteo Angioletti, nella sua intervista, ci ha sottolineato più di una volta l’importanza della squadra. In questo sport, che ha dell’individuale come hai detto precedentemente anche te, quanto vale per te la squadra?
“Indubbiamente credo che noi sei, compresi Cassina e Coppolino che sono i due grandi che hanno smesso, abbiamo fatto un po’ il pezzo della storia italiana perché, nonostante le diversità fisiche e caratteriali, pochi come noi hanno dimostrato che cosa vuol dire fare gruppo e fare squadra. Sulla carta, con le ultime due qualificazioni olimpiche, Pechino e Londra, tanta gente ci dava già per spacciati. Noi siamo stati bravi a guardarci in faccia e metterci ognuno al servizio dell’altro e ognuno di noi si è sacrificato, magari, a livello personale perché sapevamo che solo così eravamo i più forti. Anche se il nostro è un sport prettamente individuale perché sali sull’attrezzo e siete te e lui solamente con poca gente intorno, abbiamo dimostrato cosa vuol dire la squadra. Personalmente devo anche ringraziare i miei compagni, su quattro Olimpiadi, tre le ho fatte con loro e senza di loro, sicuramente, non ci sarei arrivato, e spero e credo che sia così anche per loro.”

Momento più bello e momento più brutto?
“Quello più bello sicuramente Londra che è stata davvero una gioia e una liberazione dopo aver buttato, nel corso della mia carriera, qualche finale.
Quello più brutto, se devo dire una gara, Atene, anche se non è stata prettamente colpa mia. Dopo cinque minuti ad aspettare il punteggio e vedere poi che non ero rientrato tra i primi otto è stata davvero una bella mazzata. Un momento brutto dove mi do’ più colpa è stata la finale agli Europei del 2006 dove ero secondo in qualifica, in finale partivo tra gli ultimi e, dopo un bellissimo esercizio, ho sbagliato l’uscita.
Poi, sempre nel 2006, un momento che mi ha dato la forza per andare avanti è stato il riprendermi dall’infortunio all’adduttore, e nel male ho tirato fuori una cosa positiva.”

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Flavia Capoano

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