Metropoliz, l’arte di occupare

 La luna come spazio utopico di libertà, ultima possibilità di costruire una società corretta e partecipativa: ecco cosa immaginano e raccontano i protagonisti del cortometraggio Space Metropoliz, guidati dai registi indipendenti Boni e De Finis, che da anni si occupano di emergenza abitativa. Si tratta di un documentario “fantascientifico” che racconta lo sviluppo di questa città meticcia che conta circa 200 inquilini. Occupanti ed attori di un set reale, quello dell’ ex fabbrica Fiorucci a Tor Sapienza, abbandonata nel 1978 e occupata nel 2009 da precari, migranti e studenti dei Blocchi Precari Metropolitani – Bpm – insieme a Popica Onlus, che cura oggi la scolarizzazione dei bambini rom. Italiani, Peruviani, Dominicani, Marocchini, Tunisini, Eritrei, Sudanesi, Polacchi, Ucraini, Rumeni, Rom, vivono in diversi appartamenti in autocostruzione sui 3 piani dell’edificio. Con questo progetto, il cinema diventa <<un dispositivo per entrare al Metropoliz e raccontarne le storie, i sogni e le ambizioni, ma è anche uno strumento per progettare e realizzare insieme agli abitanti della fabbrica e del quartiere un nuovo spazio di convivenza>>, si legge sul sito ufficiale. Ma prima di essere un film, Metropoliz è un realtà tangibile, una risposta collettiva al disagio eterogeneo dei singoli che, non trovando una collocazione dignitosa nella comunità, si sono ritagliati un’alternativa. Sfratti, licenziamenti, sgomberi, violenze domestiche: sono infiniti i motivi per cui uomini, donne e bambini si trovano improvvisamente alla ricerca di un luogo da chiamare Casa. 

<<La forza sperimentale che si sprigiona dalle comunità che si auto-organizzano dentro la crisi e che, attraverso il recupero urbano di manufatti non utilizzati, trasformano l’esistente rivendicando il diritto all’abitare rappresenta la possibilità concreta di affermazione di diritto di suolo e di un modello di sviluppo delle città basato sulle esigenze e i sogni di chi le abita. Qui dove la produzione di energia si immagina autonoma e pulita, dove gli spazi sociali, sportivi, culturali vengono messi a disposizione dei territori, dove la diversità rappresenta un valore e non un problema, dove anche i rom e le romnì trovano il coraggio di ribellarsi alle deportazioni e al giro di affari che si fa sulle loro vite e insieme agli altri rivendicano diritti di cittadinanza>>. Difendere il diritto all’uso pubblico della città contro le speculazioni edilizie, il consumo del suolo e l’assenza di un intervento pubblico che risponda ai bisogni alloggiativi odierni: questo è stato fin dall’inizio il manifesto degli occupanti. Nei locali dell’ex-mattatoio è nato invece il Museo dell’Altro e dell’Altrove – Maam -, primo spazio espositivo e di residenza per artisti in periferia. In un tacito gemellaggio con la “Città dell’arte” e l’omonima fondazione dell’artista Michelangelo Pistoletto, lo scorso 21 dicembre il museo ha aderito alla seconda edizione del “Rebirthday” aprendo al pubblico con ben cinquanta opere, mostre, installazioni, performance, film e musica. In esposizione anche gli elementi scenografici di Space Metropoliz, come il telescopio di Gian Maria Tosatti, i muri dipinti di Sten&Lex, Lucamaleonte, Mr. Klevra e Hogre, la bandiera di Paolo Assenza, l’orto lunare di Fabio Pennacchia, il grande razzo costruito dagli abitanti con l’aiuto di Stalker. Colpi di scena metropolitani come questi, sono la dimostrazione concreta che non solo mafia e speculazione, ma anche partecipazione ed intercultura possono inserirsi nelle falle dello Stato e dare risposte dinamiche e floride. Immaginare la società e la collettività tutta come un’opera d’arte: muoversi, connettersi, pensare, produrre. Servono soluzioni, occorrono invenzioni, e Metropoliz sembra essere un prototipo interessante.

Foto © Marco Fraddosio

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arianna fraccon

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