Media, discriminazione e silenzio assenso

Nel peggiore dei casi diventano complici, quando tacciono e scelgono di non denunciare episodi di emarginazione. Fra il parlare troppo e il tacere, si situa invece la buona pratica dell’osservazione, una scelta doverosa che non può che riflettersi in un linguaggio ricco di prospettive e spunti di riflessione, mai chiuso dentro giudizi inappellabili. Come un impulso intellettuale lanciato nel vuoto dell’omertà contemporanea: la sopravvivenza del pluralismo, dell’opposizione, resta l’unica garanzia di mantenere aperto il dibattito comunicativo.

Tuttavia i media italiani, fra servilismo editoriale e ricerca del consenso politico, si dimostrano in questo momento, ad uno sguardo generale, incapaci di gestire il proprio immenso potere e potenziale linguistico a vantaggio di una sana missione di informazione ed emancipazione. I dati sulla discriminazione in Italia, relativi al 2013 e diffusi in questi giorni dall’UNARUfficio nazionale anti discriminazioni razziali – puntano il dito contro un anno nero. Ben 354 casi, pari al 26,2% di tutte le segnalazioni pervenute, sono ascrivibili a fenomeni di discriminazione promossi dai media; incriminato è soprattutto il <<linguaggio usato dai giornalisti>>. Non sembra una novità: basta notare che da anni ormai, puntualmente, nel racconto degli episodi di cronaca viene posto anzitutto l’accento sulla nazionalità dell’accusato, piuttosto che sul reato compiuto. Come se la gravità degli eventi e la conseguente risonanza mediatica degli stessi debba dipendere dalla portata terroristica di un pericoloso “contagio etnico”.
La diversità è un fattore esistente ed innegabile, tuttavia sta prima a chi comunica, e poi a chi riceve la comunicazione, raccontarla e rielaborarla come un’occasione di confronto e arricchimento, piuttosto che come un segno negativo di sottrazione. Questo può avvenire solo attraverso l’approfondimento e la contestualizzazione dei dati e dei fatti, ampliando il discorso con le dovute sfumature; aggiungendo, dicendo, chiarendo, non sottraendo. Altrimenti, ciò che resta è solo ignoranza, quel che distingue un’ argomentazione da una qualsiasi vuota forma di propaganda. Non si tratta esclusivamente di episodi di razzismo, poiché le discriminanti – nell’informazione come nella vita pubblica, privata o sul posto di lavoro – nel 2014 sono ancora e sempre età, estrazione sociale, credo religioso, sesso ed orientamento sessuale. Così, se ci scandalizziamo perché nell’ Uganda del “terzo mondo” un giornale pubblica la lista nera dei duecento <<principali omosessuali>> del Paese, nella civilissima Italia dell’edificante sciacallaggio televisivo dovremmo avere ancor più ribrezzo quando, durante una trasmissione radiofonica, un celebre avvocato dichiara pubblicamente che <<si deve evitare di instillare nella società l’idea che l’omosessualità sia una cosa normale>>, corredando le sue spettacolari affermazioni di argomentazioni assolutamente prive di oggettività. Benvenuta la libertà di opinione, ma non al cieco prezzo di una ridicola involuzione cerebrale. La circolazione delle idee non è libera, se resta subordinata al desiderio di pochi, di dare spettacolo. Anche questa è emarginazione. Il microfono la prossima volta lasciamolo anche a chi ha qualcosa di produttivo da dire: il protagonismo è utile solo a sé stesso. In questo modo le parole esauriscono inevitabilmente il proprio fine nel precedere, orientare, condizionare azioni e pensieri. Nell’informazione invece, esse avrebbero prima di tutto il compito di raccontare ed analizzare i fatti per chi non c’era. E per chi c’era si, chi c’è ancora e avrebbe tante parole da dire, ma rimane nell’ombra, senza voce. E quest’ ultimo, al di fuori di ogni dato percentuale, è il più grande fallimento di tanto giornalismo contemporaneo. E del suo linguaggio, fatto di silenzi assensi.

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arianna fraccon

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