#WhereIsMyName? La lotta delle donne afghane per l’identità negata

#WhereIsMyNameUn gruppo di donne afghane ha lanciato sui social network la campagna #WhereIsMyName?, per protestare contro l’usanza diffusa di “eliminare” i nomi femminili. Nella società afghana il nome di una donna non va mai rivelato, nemmeno nell’incisione sulla sua tomba: su questa può essere riportato un titolo generico come sorella, madre o moglie di; mai il nome di battesimo della deceduta. Anche pubblicamente si evita di riferirsi alle donne utilizzando i loro nomi, abitudine considerata un insulto alla nazione islamica. La campagna, ideata da un gruppo di giovani, si identifica con l’hashtag #WhereIsMyName e si propone di incoraggiare la popolazione femminile a reclamare i propri diritti fondamentali. «Questa è solo una scintilla, un inizio per far sì che le donne si interroghino sul perché la propria identità venga negata» spiega Bahar Sohaili, una delle attiviste e promotrici della campagna, «la verità è che le donne afghane rimangono in silenzio, non protestano per la loro condizione. Il nostro obiettivo è cambiare le cose: i social media hanno aperto una nuova finestra per le giovani generazioni».

Secondo la legge in vigore, il nome delle donne non può essere riportato nemmeno sul certificato di nascita dei figli. Batool Mohammadi,supporter di #WhereIsMyName?, ha raccontato che «quando in banca mi è stato chiesto il nome di mia madre per compilare un modulo, ho esitato per qualche secondo, perché non riuscivo più a ricordarlo. Nessuno, in tanti anni, l’aveva più chiamata per nome». Scrittori, musicisti e giornalisti in tutto il paese hanno scelto di aderire all’iniziativa, aiutata dalla crescente diffusione di internet. È proprio grazie alla rete e ai social media che secondo Niamatullah Ibrahimi, sociologo e politologo, l’Afghanistan sta vivendo profondi cambiamenti sociali: «Si sta formando una nuova generazione molto influente, che grazie ad internet entra in contatto con il mondo esterno e usa le nuove opportunità per stimolare cambiamenti sociali».

La discussione ha successivamente guadagnato spazio sui media tradizionali e membri del parlamento e del governo hanno mostrato segni di supporto. Guadagnandosi anche numerosi detrattori: molti la accusano di andare contro i valori afghani o di essere troppo insignificante per portare ad un vero cambiamento. Per Abdullhah Atahi, portavoce della corte suprema di Kabul, «il problema non è menzionare il nome di una donna su un certificato di nascita, ma il fatto che le persone non siano pronte per un cambiamento così moderno, che aprirebbe la strada ad un caos indesiderato». Con la fine della guerra civile nel 2001 le donne afghane hanno riconquistato il diritto di andare a scuola, votare e lavorare, prima negati durante gli anni in cui i talebani erano al potere. Ma la pratica di cancellare i nomi femminili ha radici profonde nella cultura afghana, più che in quella islamica, e simboleggia lo status marginale delle donne nella società. Negare l’identità delle donne significa ridurle alle loro relazioni con l’altro sesso; #WhereIsMyName? sfida un tabù radicato, che lascia agli uomini tutte le decisioni e alle donne impotenza e anonimato.

 

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Viola D'Elia

Nata un quarto di secolo fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».