I 35 anni della Rivoluzione Sandista 2: dal 1990 a oggi

Nel novembre del 1978 l’Organizzazione dei Diritti Umani degli Stati Americani produsse un dossier dove venivano documentati gli abusi della Guardia Nazionale al quale seguì, da parte dell’ONU, una risoluzione di condanna contro il governo Nicaraguense. In seguito al rifiuto di Somoza di abbandonare il potere fu formato un Fronte Nazionale Patriottico e il FSLN, che aveva continuato la guerriglia, aumentò le proprie potenzialità, attrasse combattenti volontari da tutte le parti del mondo e fu supportato dai paesi limitrofi come Venezuela, Messico, Guatemala e Costarica. Esso sferrò quindi l’offensiva finale contro la dittatura dei Somoza e il 16 giugno del 1979 formò la Giunta di Governo di Ricostruzione Nazionale, riconosciuta da tutte le forze politiche e sociali del paese. Il 17 luglio il presidente Somoza, non avendo alternative, fuggì dal Nicaragua e si rifugiò a Miami e poi in Paraguay.{ads1}

Il 19 luglio la Giunta entrò a Managua segnando la fine della dittatura della famiglia Somoza e il trionfo della rivoluzione.

Il Nicaragua, dopo molti anni di guerra civile, versava in uno stato disastroso. Il nuovo governo prese fin da subito provvedimenti radicali: furono abolite le leggi e le istituzioni del regime, garantiti i diritti umani, sanciti il diritto all’uguaglianza, le libertà politiche e spirituali; fu favorita e incoraggiata la nascita di organizzazioni sindacali operaie e contadine; fu garantita la gratuità dell’istruzione scolastica, compresa quella universitaria, e intrapresa una campagna di alfabetizzazione. Insieme ai diritti civili l’attenzione fu dedicata soprattutto alle riforme per rilanciare l’economia del paese, tra le quali la più importante fu sicuramente quella Agraria: sotto l’egida del Ministero dello Sviluppo Agricolo e della Riforma Agraria furono confiscati i latifondi appartenenti alla famiglia Somoza e i terreni inattivi o scarsamente produttivi che vennero redistribuiti a contadini, coloni, cooperative e famiglie che potevano garantire un uso produttivo della terra.

Naturalmente la nascita e l’evoluzione di una repubblica di ispirazione marxista nel cuore dell’America Centrale e a ridosso del Sud America non poteva essere accettata dagli Stati Uniti, particolarmente interessati a controllare, determinare e interferire nelle condizioni politiche e sociali del continente sud-americano. Così, data anche la fase cruciale che attraversava la guerra fredda, essi cominciarono a sabotare fin da subito la neonata repubblica nicaraguense.

Dopo un tentativo di dialogo sotto la presidenza Carter, legato soprattutto al non allineamento del Nicaragua al blocco sovietico, la situazione peggiorò durante il primo mandato Reagan: la sua amministrazione autorizzò un piano di operazioni segrete in Nicaragua che sfociarono nell’addestramento e formazione, da parte della CIA, dei CONTRAS: gruppi armati paramilitari formati da ribelli ed ex combattenti della Guardia Nazionale nicaraguense. Di fatto, dal 1982 gli Stati Uniti organizzarono e diressero la controrivoluzione in Nicaragua.

Nel 1984 il sandinista Daniel Ortega venne eletto presidente, ma gli USA misero in discussione la legittimità delle elezioni, peraltro provata dagli osservatori della CEE, e causarono un inasprimento del conflitto. A nulla valse la sentenza della corte dell’Aja che, nel mese di maggio, ordinava agli USA di sospendere gli aiuti ai Contras e li condannava a risarcire il governo del Nicaragua. Tuttavia gli USA si avvalsero dell’emendamento Connely, che escludeva dalla giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia “dispute riguardanti questioni che sono essenzialmente all’interno della giurisdizione degli USA” e continuarono la loro politica di destabilizzazione: il 1985 fu l’anno dell’embargo contro il Nicaragua e delle azioni di sabotaggio dirette della CIA (attacchi ai porti e alle istallazioni petrolifere); e fino al 1990 essi continuarono da un lato a finanziare e addestrare i Contras e dall’altro a ignorare le sentenze della Corte dell’Aja.

Il 1990 era l’anno delle elezioni presidenziali, a Ortega si oppose Violetta Chamorro, leader della Union Nacional Opositora, appoggiata dagli USA. Durante la campagna elettorale il presidente Bush dichiarò che una elezione della Chamorro avrebbe significato la normalizzazione della situazione in Nicaragua. La popolazione, nonostante i richiami di Ortega alla rivoluzione sandinista, cedette stremata da dieci anni di guerra civile. La vittoria della Chamorro segnò la fine della rivoluzione sandinista e l’ingresso in Nicaragua di interessi economici neoliberisti strettamente controllati dagli Stati Uniti.

Lo spirito della rivoluzione sandinista venne spezzato, e con esso morirono i tentativi di costruzione di un modello di sviluppo alternativo. In ogni caso furono mantenute le istituzioni democratiche e il FSLN continuò a far parte della vita politica del paese, restando all’opposizione.

Nel 2006, dopo 16 anni di opposizione, la vittoria di Daniel Ortega ha segnato il ritorno del fronte al potere. Da allora si parla di “quarto tempo del sandinismo”, nuovo capitolo in chiaroscuro di una saga, quella del Sandinismo in Nicaragua, che ancora non può dirsi conclusa e speriamo possa in futuro essere un faro nella lotta di quelli che stanno in basso contro quelli che stanno sopra.

@aurelio_lentini

Approfondimenti:
ITANICA Associazione Italia-Nicaragua
Approfondimento del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
La Voz del Sandinismo

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.

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