(Non) salvate il soldato israeliano Elor Azaria

Elor AzariaIl soldato israeliano Elor Azaria è stato giudicato colpevole per l’uccisione del giovane palestinese Abdel Fatah Sharif. La sentenza del tribunale militare di Tel Aviv giunge quasi a sorpresa dopo molti giorni di scontro politico-mediatico e nonostante l’intervento del premier Netanyahu e di parte del governo a favore del militare in stato di arresto.

Sebbene l’entità della pena non sia ancora nota, verrà stabilita tra meno di un mese, la decisione del tribunale ha infiammato ulteriormente le polemiche all’interno di Israele (con l’ultra destra scesa in piazza a manifestare per Azaria) e non solo. Stride infatti il contrasto tra la versione della maggioranza degli israeliani che vedono nel soldato israeliano Elor Azaria un eroe nazionale, e chi invece giudica la sua condotta un atto riprovevole.

La vicenda, ormai nota, potrebbe essere il canovaccio di un qualsiasi film di guerra ambientato in medioriente: scontri in una zona di tensione, ribelli all’assalto, sparatoria, feriti, esecuzioni. In modo non molto dissimile possiamo quindi vedere Elor Azaria, in seguito a uno scontro tra esercito israeliano e palestinesi, caricare il suo fucile d’assalto e uccidere con un colpo alla testa il palestinese Abdel Fattah al Sharif, già ferito e inerme a terra.

E’ una delle rarissime volte in cui il tribunale militare di Tel Aviv decide di andare a fondo in una vicenda di violenze da parte dell’esercito israeliano nei territori palestinesi sotto occupazione. Come riportato da Il Manifesto, l’anno scorso il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem ha annunciato che non avrebbe più presentato denunce alla procura militare perché del tutto inutile; mentre pochi giorni fa il rapporto annuale del gruppo per i diritti umani Yesh Din, ha sottolineato che sono «eccezionalmente bassi» i procedimenti nei confronti dei militari responsabili di violenze contro i palestinesi (nel 2015 su 186 indagini aperte solo quattro sono arrivate al rinvio a giudizio).

La differenza, questa volta, è che il soldato israeliano Elor Azaria possiamo vederlo in azione. E’ un video girato da un palestinese nascosto, infatti, a mostrare quanto poco di eroico e molto invece di disumano ci sia nell’uccisione di Abdel Fattah al Sharif. Si vede bene lo spavaldo Azaria caricare il suo fucile e puntarlo alla testa di un uomo immobile, sconquassato solo dal proiettile che gli attraversa il cranio e che sorprende pure i commilitoni di Azaria che fanno due passi indietro.

E’ in base a questa prova disarmante che la giudice Maya Heller ha respinto la tesi della difesa di un atto compiuto per proteggere i soldati e i civili che erano intorno al palestinese ferito (Azaria ha spiegato di aver sparato ad Abdel Fattah al Sharif nel timore che egli stesse per azionare una cintura esplosiva). I giudici del tribunale hanno inoltre dato pieno credito alle testimonianze di altri soldati e ufficiali che hanno riferito dell’intenzione proclamata dal condannato di «dare la morte che merita» al palestinese che aveva ferito un commilitone con una coltellata (peraltro di lieve entità come riportato da La Repubblica).

Di fronte a questa verità la polemica decade, non ci sono versioni che tengono perché la verità (perlomeno la verità di questo preciso fatto) è solo quella che ci viene mostrata da una testimonianza inequivocabile. Ciò che resta sono interpretazioni rese cieche da un dogmatismo duro da sconfiggere del quale dobbiamo prendere atto anche nel valutare altri casi come la reazione di Israele alle deliberazioni dell’Onu.

La domanda da porsi non è dunque se Elor Azaria sia o non sia colpevole dell’omicidio che gli viene imputato, perché egli è colpevole, ma quali siano le ragioni per le quali – per la maggioranza degli israeliani governo compreso –  la sua colpevolezza si trasformi in eroismo e il fanatismo arrivi perfino a sostituire la verità.

 

@aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.