Youth: la giovinezza eterna di Paolo Sorrentino

La consacrazione agli Oscar con La grande bellezza avrebbe potuto inibire il suo estro creativo innescando la terribile paura di non riuscire a superarsi. Paolo Sorrentino ha sventato ogni sterile ripiegamento dettato dal peso di dover essere di nuovo all’altezza. Di cosa poi? Del chiacchericcio instabile ed emotivo della critica e del pubblico che il più delle volte non attendono altro che di essere rassicurati? Un artista non incarna la familiarità carezzevole della semplificazione a buon mercato; si libra in alto assecondando il suo impeto spesso inconsapevole di quanto viene chiamato a riportare nel mondo. Con Youth – nelle sale dal 20 maggio – che nella dolce pronuncia inglese suona come un soffio, simulando la fuggevole ed imprendibile natura della giovinezza, il regista partenopeo ha dimostrato di esserlo.

La trama semplice racconta il soggiorno di due vecchi amici Fred e Mick sulla soglia degli ottanta in una lussuosa spa ai piedi delle Alpi — il luogo è quello in cui Thomas Mann ha ambientato La Montagna incantata. Nell’idillio montano contemplano lo spegnersi della loro esistenza; indagano con curiosità sul destino e i comportamenti dei loro figli e degli ospiti che popolano l’elegante albergo. Si confrontano con ciò che non sono più rivisitando con velata nostalgia il loro vissuto perché i vecchi come ricorda uno dei due guardano il lontano passato mentre i giovani l’immediato futuro. Il temperamento dei due uomini è diverso come anche le loro due professioni. Fred Ballinger (interpretato da uno splendido Michael Caine) è un disincantato compositore in pensione; rintanato nella sua rinuncia che lentamente lo sta inaridendo rifiuta inizialmente con perentoria ostilità la proposta di esibirsi di fronte alla regina d’Inghilterra. Mick Boyle (Harvey Keitel) è un affermato regista impegnato a terminare la sceneggiatura di quello che crede essere il suo film-testamento; con la sua corte di acerbi collaboratori si confronta sul possibile finale: molta suggestiva la scena in cui sdraiati la camera ruota con moto circolare indugiando sui loro volti mentre esplicano le diverse proposte. L’evocazione del cerchio della vita con l’avvicendarsi delle sue stagioni, dei continui punti di vista cui l’uomo va in contro durante la sua crescita è evidente. L’incipit straniante del film del resto è il primo piano di una cantante che si esibisce su una pedana rotante sebbene per una comprensibile scelta registica allo spettatore pare sia il mondo intorno a lei a ruotare. Tutto l’universo indipendentemente dalle nostre azioni e dalla nostra volontà continua a muoversi e a evolvere.

L’opera di Sorrentino è un mosaico di voci, musiche, personaggi e sapienti inquadrature dove ognuna risolve o disvela i dubbi e i tormenti dei due protagonisti; esalta ed innalza il valore delle emozioni liberandole dalle briglie di uno sciocco pudore. Tutto si mescola nel vivido intreccio che ad una lineare e borghese drammaturgia predilige lo scintillio di un’espressione frammentaria che lo spettatore affascinato si sente coinvolto a ricostruire.

Rimarchevole la partecipazione di un pregevole Paul Dano (nel film Jimmy Tree) che interpreta un attore sensibile e accorto che sta studiando il suo prossimo ruolo; delicato il confronto con Fred sulla presunta superficialità dei lavori che hanno dato loro la notorietà ed il successo. Se è vero che i temi ad emergere sono l’amicizia, la vecchiaia e la giovinezza in realtà l’assoluto protagonista è l’invisibile legame tra le cose e le persone, tra gli eventi e i sentimenti; è la relazione che definisce e complica stupendamente l’esistenza. Sorrentino rifugge da ogni nettezza; ci si rispecchia nella confusione dei personaggi e delle loro storie così come nelle sempre precarie risoluzioni dei loro problemi. C’è un momento, toccante, in cui Jimmy dopo aver vestito i panni di un Hitler furioso e dopo aver incontrato una bimba che gli confida con gratitudine la comprensione di una aspetto che riguarda il rapporto con i suoi genitori arrivata dopo la visione di uno dei suoi film meno conosciuti si ravvede; all’orrore e alla annunciata serietà del nuovo personaggio preferisce il desiderio. È cos’altro è la giovinezza se non desiderio; lo stesso che assale Fred quando nel vagheggiare i verdi pascoli seduto sopra la base di un tronco dirige la sinfonia della natura e il tintinnio dei campanelli del bestiame.
Ironico e comunque significativo l’omaggio del regista napoletano a Maradona che vede nel futuro la replica del suo glorioso passato e palleggia con il suo corpo grasso con una pallina da tennis destando ogni volta con la sua presenza gli sguardi attenti degli ospiti dell’albergo.

Youth è un film raffinato e poetico; imprendibile come il senso della vita e sorprendente come il suo eterno mutare. I due protagonisti riflettono la contraddizione che spesso ci abita; quella tra la passione ossessiva di perfezionare il nostro lavoro e i nostri legami e l’eventuale distacco protettivo da essi. Tutto tra il pianto e il riso, tra la leggerezza e la pesantezza che in diversi modi e per diversi motivi ci invadono fino a scolpire l’unicità dei nostri volti.

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Filippo Deodato