Refugee Hotel: storie di reintegrati negli Stati Uniti

Con cinquanta fotografie in bianco e nero e kodachrome, realizzate da Stabile tra il 2006 e il 2012, la mostra Refugee Hotel ripercorre le prime fasi dell’arrivo negli Stati Uniti di rifugiati africani, asiatici, cubani e mediorentali che, a decine di migliaia ogni anno, lasciano il loro paese per salvarsi da guerre, persecuzioni religiose o politiche, genocidi. La creazione della loro nuova vita e il lungo e difficile processo di reinserimento partono da una stanza di hotel lungo la strada dell’aeroporto. Da qui comincia la narrazione di Gabriele Stabile, giovane fotografo, italiano di origine, che ha studiato e poi insegnato all’International Centre of Photography di New York e collaboratore fisso del «New Yorker». In accordo con importanti gruppi umanitari e con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, Stabile ha potuto proprio in questi hotel registrare il primo contatto con il nuovo mondo e, forse, il primo vero momento di riflessione dei rifugiati, quando il passato e il futuro fanno altrettanto paura. «Ventiquattro ore in hotel, come l’unità di tempo nelle tragedie classiche», dice il fotografo illustrando le sue foto. Un tempo che è sospensione e attesa per i migranti, ma vero racconto nelle fotografie.

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 La prima notte in America si trasforma in scatti al chiuso delle stanze d’albergo o in sguardi attraverso il vetro: raffigurazioni di chi trattiene sofferenze e nostalgie in corpi rannicchiati o occhi chiusi, i primi; misto di malinconia, preoccupazione e speranza i secondi, sguardi di chi osserva dai finestrini di un pullman o dalle finestre di grandi edifici il paese in cui vivrà, come la donna che si porta la mano alla bocca affacciandosi su una strada piena di macchine. Nuovo mondo e nuova vita che si manifestano prima di tutto nei materassi, nei frigoriferi, nell’acqua corrente, persino nelle chiavi delle stanze d’albergo: cose che disorientano chi non le ha mai avute a disposizione e chi stenta a comprendere del tutto che quella camera, anche se per una notte sola, è tutta sua. Così le fotografie testimoniano sia chi toglie le scarpe o chi posa un libro sul comodino, sia un’intera famiglia che sceglie di passare la notte in corridoio per paura di cosa possa succedere a chiudersi dietro una porta.

Dopo l’albergo, i rifugiati sono smistati nel paese, nei quartieri periferici delle grandi città o ai margini della provincia più profonda e alienante, e iniziano la loro nuova identità: Resettlement, una nuova regola del gioco è la didascalia alla seconda parte dell’esposizione di Stabile. Non più la chiusura, ma ciò che si incontra fuori, lo spazio aperto di campi, i cortili tra i palazzi, le strade e le fermate degli autobus, che descrivono il faticoso inserimento nella comunità, l’adattamento a nuove regole, il reinventarsi un nuovo modo di comunicare, un nuovo umile lavoro e tutte le battaglie quotidiane. «Imparare a essere una rotella dell’ingranaggio», dice il fotografo commentando le immagini di solitudine e gli sguardi duri dei suoi soggetti di questa seconda sezione, non a caso molti bambini destinati ancora di più a portare avanti la loro integrazione. Nello stesso tempo in questi scatti spiccano il canto e il ballo: una sorta di espressione forte della propria identità, comunque ritrovata o riaffermata. Non c’è la pesantezza cupa di un dramma senza soluzioni nelle fotografie di Stabile, ma tante storie, e ogni piccolo racconto può comunicare, a seconda di chi lo guarda, tristezza o speranza, paura o sollievo. Una riflessione più ampia – ben diversa dal servizio di denuncia – che, come spiega l’autore, interessa «non solo l’esito sociale, ma le prospettive umane, cosa si è e cosa si sarà, le storie personali di un padre con un figlio, di un uomo con il suo lavoro». La mostra, curata da Silvana Bonfili e promossa da Roma Capitale, è stata già presentata a New York ed è accompagnata da un catalogo pubblicato da McSweeney’s (San Francisco, 2013) con la collaborazione della scrittrice Juliet Linderman.

Twitter: @CardinaliRob

 

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Roberta Cardinali

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