Pollock, cinquanta capolavori del Whitney Museum al Vittoriano

Inaugurata presso l’Ala Brasini del Vittoriano con una gremitissima conferenza stampa la mostra “Pollock e la Scuola di New York” che permetterà, dal 10 ottobre al 24 febbraio 2019, ai visitatori di rivivere uno dei periodi cruciali di passaggio dall’arte moderna a quella contemporanea che ebbe come fulcro apicale la Grande Mela. Circa 50 i capolavori esposti tutti riconducibili ad un movimento di cui Pollock (1912-1956) fu il precursore e la cerniera ideale coagulando intorno a se artisti del calibro di Rothko, De Kooning e Franz Kline che irruppero con grande energia nella scena artistica degli anni cinquanta del novecento determinando di fatto una rottura insanabile dei canoni artistici dell’epoca. Mostra prodotta e organizzata dal gruppo Arthemisia in collaborazione col Whitney Museum of American Art, dal quale provengono tutte le opere esposte, e curata da Luca Beatrice che con enfasi ci porta per mano in questo affascinante viaggio: “la vita artistica di Pollock è un insieme di luci ed ombre che scorrono in parallelo col suo privato tra bagliori creativi e malattie mentali e l’alcoolismo cronico che causerà la sua morte in un incidente d’auto l’11 agosto del 1956. Anno cruciale per la storia dell’arte perché l’8 agosto viene inaugurata una mostra di un collettivo indipendente presso la Whitechapel di Londra nel cui manifesto di Richard Hamilton compare per la prima volta la parola Pop e soprattutto perché pochi mesi dopo l’artista Robert Rauschenberg realizza Bed, opera chiave dei suoi Combine Paintings in cui la pittura viene mescolata con oggetti trovati e materiali di scarto sancendo definitivamente la morte della pittura da cavalletto. Con la sua famosa tecnica del dripping il nostro di fatto dimostra chiaramente di trovarsi più a suo agio col pavimento perché in questo modo può camminare sui quattro lati essendo letteralmente nel quadro in modo immersivo con l’ausilio di stecche, spatole e coltelli e l’utilizzo di materiali extrapittorici come la sabbia e il vetro polverizzato entrando in uno strato di trance in cui il quadro si fa da solo”. Allo stallo accademico europeo  Pollock crea un modo americano rivoluzionario destinato a breve a diventare sistema grazie all’aiuto decisivo della mecenate Gertrude Vanderbit Whitney,  che radunerà intorno a se questo mondo pullulante di pittori irascibili e reietti aprendo il primo museo dedicato agli artisti viventi e respinti dalla critica e dal mercato del MoMA legato alle avanguardie storiche del primo novecento europeo. Il Whitney darà voce al coro di protesta di questi inguaribili sognatori e la mostra del Vittoriano ne raccoglie a pieno titolo l’essenza di contenitore ricco di linguaggi pittorici antitetici e innovativi. Sei le sezioni espositive di un percorso che si apre proprio con le tele di Pollock di cui si celebra l’ascesa, la fama e il declino con la sua celeberrima Number 27 vero e proprio manifesto creativo della sua arte performativa fatta di tele enormi e supportata da un video, girato del regista Hans Namuth che ebbe l’onore di essere invitato dall’artista per filmarlo, che ne evidenzia tutte le diverse fasi di realizzazione. Il secondo segmento è orientato verso la nascita della Scuola di New York che partendo dalla protesta sancita dalla celebre foto su Life in cui gli astrattisti denunciano pubblicamente il rifiuto della loro arte da parte di un’America miope e bigotta, coalizzerà una generazione di pittori di origini diverse ad unirsi sotto il segno dell’astrazione. Franz Kline  occupa la terza parte della rassegna con alcune tele monumentali sui quali campeggiano ad effetto modulato il bianco e il nero che si stagliano corpose sul muro conferendogli il titolo di grande modernista attento alla realtà newyorkese della quale riprende con sguardo attento le diverse sfumature architettoniche. La terz’ultima sezione si rivolge alla smaterializzazione dei Color Field che vira l’arte verso un minimalismo che tende a ridurre la composizione a pochi elementi simbolici. Artisti qui esposti come Hofmann, Reinhardt ,Gottlieb e Rothko sintetizzano efficacemente il processo di spoliazione che allontana il dipingere dall’enfasi gestuale dell’espressionismo astratto, dove il soggetto si diluisce e il bianco diviene materia pittorica colata automaticamente senza la mano del pittore. Willem De Kooning  che occupa il penultimo settore espositivo è l’esempio lampante della varietà stilistica del movimento, perché dalla natia Olanda sbarca a New York nel 1926 non abbandonando però la figurazione, conservando degli elementi realistici e visibili nelle sue composizioni. Abbraccia successivamente i principi dell’Action Painting con pennellate violente e colori acidi dipingendo soggetti paesaggistici astratti e figure femminili che susciteranno grande ammirazione e numerosi riconoscimenti durante la sua longeva carriera interrotta dall’Alzheimer che lo porterà alla morte all’età di 93 anni. Il viaggio si chiude con un paio di capolavori di Mark Rothko, lettone di nascita, ma trasferitosi negli States con la famiglia e subito nel vivo dell’astrattismo insieme a Adolph Gottlieb con il quale fonderà, negli anni trenta, il gruppo The Ten. Pennellate luminose ed estese che tracciano rettangoli di colore con pochi e limitati tocchi, una scelta cromatica volta a suscitare una contemplazione meditativa dopo il caos suscitato dall’espressionismo astratto. Pollock è la forza, Rothko è il pensiero in cui l’introspezione pervade le opere di un genio solitario animato da un grande misticismo. Mostra che fa luce su un movimento decisivo che riuscì a spostare l’asse geografico da Parigi a New York che a metà novecento fu di fatto la capitale artistica del momento, grazie a un nucleo di artisti che ebbero il merito di rompere gli schemi traghettando la pittura verso un mondo nuovo.

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Fabio Bandiera