Nicolas Vaporidis a teatro con Lo Sfascio

Lo Sfascio è prima di tutto un luogo fisico. Uno sfasciacarrozze di proprietà di Fosco, 40enne con precedenti penali e amante della bella vita e delle donne. E’ anche un luogo di ritrovo di giocatori incalliti di carte, come Ugo, poliziotto amico di Fosco, che per primo infrange le regole e Luciano, detto Diecilire, un giovane truffatore alla disperata ricerca di soldi. Infine lo sfascio è il luogo della perdizione, dove Fosco si rifugia la sera con le sue amanti e nel quale suo fratello, Manlio, affetto da un handicap mentale, fantastica sulle immagini sexy stampate sui calendari. Se queste quattro mura potessero parlare racconterebbero storie di truffe, droga e soprusi. Fuori c’è una Roma che urla di fronte agli attentati terroristici, una città che si dispera davanti alla morte e alle rapine, donne muoiono e si lasciano abusare. Ma, forse, alla fine del buco nero si riesce ad intravedere un po’ di luce. Un titolo dalla doppia valenza, di luogo di rottamazione fisica ma soprattutto morale. Lo Sfascio racconta un’Italia di 40 anni fa, che tuttavia oggi non sembra essersi molto allontanata da quegli usi e costumi. Una società corrotta, volgare, degradante, dove la donna viene sfruttata sotto tutti i punti di vista. Non mancano un lessico forte, per l’idea di rendere protagonista, con il suo dialetto e la sua cultura, una Roma allo sfascio, sia etico che morale.

{ads1} Le scene di Carmelo Giammello ricordano atmosfere pasoliniane: Fosco, Luciano, Ugo e Manlio ricordano i Ragazzi di Vita e lo sfasciacarrozze il “robivecchi”, che contiene macchine, pezzi di ricambio e squarci di vita. La Roma di Pasolini era uscita distrutta dalla guerra, ma ritroviamo in questo spettacolo la stessa umanità, quella dei rudi “borgatari”, di struggente tenerezza. Una vecchia e sconquassata fabbricona di Monteverde Vecchio e un Ferrobedò erano gli emblemi della fame di quei ragazzini. La povertà stava lì da sempre e non li umiliava. Il denaro era troppo lontano e sognarlo un lusso inutile. Per i personaggi dello sfascio, che questo lusso ogni tanto se lo riescono a concedere, sarà una lotta inarrestabile verso l’arricchimento personale, anche a costo di giocare sporco, di vendersi l’anima al diavolo, o semplicemente di vendersi. Nicolas Vaporidis, che debutta a teatro proprio in questo spettacolo, è certamente ben calato nella parte di Luciano. Attore poliedrico che si è innamorato del suo personaggio: perfettamente a suo agio nei calzoni a zampa in stile Renato Zero e al tempo stesso capace di sfoderare una rabbia interiore che si riflette nella società. Il testo nasce come una commedia, ma da ridere c’è poco, eccezion fatta per il personaggio di Manlio, interpretato da Augusto Fornari, che tra un cartone animato e una gomma da masticare, ci farà vedere il mondo con occhi diversi, senz’altro più ingenui, ma anche più autentici. Una nota di merito va anche a Jennifer Mischiati, unica donna in scena, che ha saputo riscattare il genere femminile, in un mondo maschilista e burino.

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Valentina Peron

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