Nancy Brilli, la “bisbetica” indomabile

NANCY-BRILLISerata di gala al teatro Quirino-Vittorio Gassman di Roma per la prima della “Bisbetica”, spettacolo teatrale presentato da “La pirandelliana”, che ha visto esibirsi tra gli altri Nancy Brilli nel ruolo della protagonista Caterina. La sala era gremita e, oltre ad un pubblico tecnico di giornalisti e fotografi, la platea era affollata da personaggi di spicco dello spettacolo e della Roma “bene”; Tailleur ed abiti scintillanti per assistere ad un classico firmato William Shakespeare. L’attesa dura qualche minuto, quella che si concede ad una prima tra tensioni ed entusiasmi, ed ecco che il sipario si apre ad illuminare occhi indiscreti oltre la ribalta. Prime battute ritmiche degli attori che si riversano sul tappeto di legno, ancora qualche ronzio dalla platea che suggella l’ingresso di colei che interpreterà il ruolo della diva nella notte: Nancy Brilli. Il pubblico applaude, lei non si inchina, è sul pezzo fin dalle prime battute mentre si lascia andare a qualche isterismo da copione. L’intento metatestuale dell’opera è chiaro sin dalle prime scene, si racconta Shakespeare attraverso una compagnia che prova a reinterpretare in chiave moderna una delle sue opere più conosciute; quando si racconta il teatro attraverso il teatro, si cerca la maschera nella maschera, una missione schizofrenica ed affascinante, iperbolica, spiazzante per il pubblico e per l’attore stesso.

Caterina (Nancy Brilli) è una donna dal carattere difficile, irruento e capriccioso e per lei il padre (Valerio Santoro) cerca una sistemazione amorosa e confortevole; i pretendenti non mancano nonostante i modi scomodi della donna bisbetica. La sorella più piccola Bianca è, invece, l’opposto: garbata, gentile ed amorevole. Anche per lei si aprono le porte della scelta dell’uomo che la condurrà all’altare, con pretendenti più giovani e bizzarri, ovvero Gremio (Federico Pacifici) ed Ortensio (Gennaro Di Biase).  Il pretendente principale della bisbetica, Petruccio (Matteo Cremon), avrà la meglio sugli altri due, meno giovani ed affascinanti; il suo intento di condurla all’altare si concretizza alla fine del primo atto, nel matrimonio in cui il principe azzurro si presenta in stracci sul suo cavallo di ferro e ruote gommate. Una volta divenuti marito e moglie, le iniziali gentilezze si trasformeranno in privazioni e violenze psicologiche al fine di domare le spigolosità dell’ ingestibile Caterina. L’opera vive di continue elucubrazioni sul teatro e sulla validità del contenuto testuale e dei suoi possibili significati. Shakespeare apre un dibattito sul maschilismo e la sua negazione già in epoca elisabettiana. L’autore non ha interessi morali di alcun tipo, il suo racconto mostra una condizione imperante, un humus sottinteso di una società che si accetta e si commisera al contempo. Lo fa però con un’attenzione al buffo più che al comico, con isteria e complicità, con profonda accettazione del carnefice e della sua vittima. Il dibattito su Shakespeare, ancora oggi valido e irrisolto, evidenzia la vivacità della sua opera teatrale, sempre conforme ad ogni mutamento generazionale e sociale, catartica nella sua evoluzione. Il cast tutto e la regista Cristina Pezzoli, che ne reinterpreta il contenuto e la valenza storica, riescono a regalare un prodotto fresco, vivace e vitale, senza pretese di sorta, ma convincente e ben confezionato.

La reinterpretazione messa in scena al Quirino ha un intento “pop” nella sua accezione più nobile e contemporanea; i panciotti di pelle tra il punk e certa psichedelica, il rap dei monologhi con balli da “Villaggio Alpitour”, sembrano ben mescolati e leggeri, si liberano da ovvi intellettualismi per consegnarsi al diletto e all’entusiasmo degli interpreti. La Brilli è brava nell’ergersi a trascinatrice di un gruppo attoriale ben assortito, dove a spiccare sono i giovani Matteo Cremon (Petruccio), Stefano Annoni (Lucrezio)e Brenda Lodigiani (Bianca), sempre così teatrali, scenici e pieni di ritmo emotivo. C’è spazio per il romanticismo delle storie d’amore che nascono tra la realtà e la finzione così come  per la poesia più pura della riflessione sprigionata dal sonetto numero 22 di Shakespeare che esalta l’amore e le sue capacità rigeneratrici. La scenografia colpisce fin dall’inizio, con uno stile geometrico e surreale, vicino più ad una composizione di pittura di stampo cubista: lo stile attoriale, infine, tende al melodramma con qualche “caratterista” di troppo che scivola, forse, nella noia e nel loop ripetitivo. Lo spettacolo risulta di buona fattura, senza picchi o tonfi di alcun genere; lascia, alla fine, quella piacevole sensazione  che qualcosa di buono sia accaduto e che l’amore abbia, come fine ultimo, l’amore stesso, oltre la devozione e gli imbrogli, oltre le spine, i rimpianti e le carezze ai cuscini.

Vuoi commentare l'articolo?

Raffaele Patti