Lo chiamavano Jeeg Robot, il supereroe “cacio e pepe”

Enzo Ceccotti è un ladruncolo di quartiere, che vive i suoi giorni di piccoli furti in misere condizioni tra solitudini e silenzi assordanti. Durante una fuga dall’arresto si tuffa nelle acque teverine, imbattendosi in un barile contenente materiale radioattivo. Quel fatale incidente cambierà per sempre la sua vita, concedendogli poteri sovraumani ed una nuova possibilità per la sua scarna ed incurante vita solitaria.

Jeeg robotLo chiamavano Jeeg Robot è un film del regista esordiente Gabriele Mainetti, al suo primo lungometraggio dopo una serie di corti tra cui “Tiger Boy” del 2012 che l’aveva visto nella short list per la nomination all’Oscar dell’86esima edizione degli Academy Awards. Opera di genere, come poche altre in Italia riguardanti il fumettistico-supereroistico, Lo chiamavano Jeeg Robot è un lavoro destinato a far parlare di sé, non solo per la sua unicità, ma anche e soprattutto perché potrebbe generare, di qui in avanti, un filone nuovo, insolito per il cinema italiano ma possibile ed interessante.  Appare scontato che la produzione di un progetto così inusuale abbia incontrato delle sliding doors produttive sempre chiuse, come racconta lo stesso regista Mainetti, intervenuto direttamente insieme al cast artistico, alla prima romana tenutasi presso il cinema Quattro Fontane. L’ostruzione finanziaria incontrata nella preparazione del lungometraggio, ha spinto il regista romano alla creazione di una propria casa di produzione, la Goon Films che, con la collaborazione di Rai Cinema, ha reso possibile un lavoro così coraggioso, inusuale e fresco per il panorama italiano, rampante, poliedrico e destinato, molto probabilmente, a diventare da subito un piccolo oggetto di culto. Gli ingredienti della trasposizione cinematografica del soggetto hanno in se tutti gli elementi del grande racconto fumettistico metropolitano. Il quartiere che racconta le gesta dell’eroe è Tor Bella Monaca, con i suoi palazzoni abitati da anime in pena, tra il disagio e la malavita, dove la solitudine e il disagio ammiccano i desideri di gloria e successo; le gang che si contendono lo spaccio di droga e il dominio territoriale, la società battuta tra il terrore urbano e l’indignazione, il peccato che attende la sua salvifica purificazione. Gli elementi narrativi, gli archetipi del racconto annullano la loro valenza universale, la formula del super uomo si trasfigura nella favola del rospo e della principessa; l’orso metropolitano, misantropo ed anaffettivo, non è pronto per indossare la calzamaglia e la maschera, è estraneo al sociale, rinchiuso com’è nel suo fragile mondo politicamente scorretto del rapinatore di bancomat che passa il tempo tra la pornografia e i suoi budini alla vaniglia.

Lo chiamavano Jeeg Robot passa inevitabilmente attraverso un percorso lungo, nei meandri della riscoperta dell’intimità e del rinnovato ruolo sociale che, i poteri inaspettati, conferiscono al nostro antieroe Enzo, interpretato da Claudio Santamaria (in evidente sovrappeso per esigenze sceniche). La resistenza al cambiamento svanisce solo nel momento della consapevolezza dell’amore per la sua principessa, e quindi, attraverso l’ingenuità e la freschezza di lei, eroina del suo nuovo amore universale. Anche il “luogo” inevitabile dell’antagonista, qui più precisamente il villain del racconto, lo “Zingaro” (Luca Marinelli) così nominato, ha in sé gli elementi forti di un personaggio multiforme e complesso, un borderline “cacio e pepe” con tutto il fragile ed intimo universo dell’epoca moderna; un ragazzo venuto dal mondo televisivo (Buona Domenica), che cerca la visualizzazione ad ogni costo, il riconoscimento social più che sociale, attraverso una ferocia disumana ma ricca di fragilità che costruiscono, durante il percorso visivo, un ponte empatico con lo spettatore. Lo sfregio facciale, prima che si consumi lo scontro finale con l’eroe allo stadio Olimpico, richiama un inevitabile paragone di intenzioni con il Joker di Heath Ledger, anche per il look sgargiante e il viso smunto e pallido. Anche l’ambiente malavitoso, lo scontro tra napoletani e romani nel racket della droga, alimenta una narrazione tra la realtà e il fumetto; la donna feroce a capo della gang è un altro stereotipo funzionante, lo scagnozzo-scugnizzo mangia mozzarella ricama ancora caratteri macchiettisti ma opportuni e divertenti. Il punto d’incontro tra l’impossibile e l’improbabile è raccontato forse dal personaggio di Alessia (Ilenia Pastorelli) una bimba rinchiusa in un corpo di donna, che apre la mente di Enzo all’universo del manga Jeeg Robot d’acciaio (scritto da Gō Nagai e pubblicato per la prima volta nel 1975) e il suo cuore al mondo e alla filantropia; la sua instabilità e follia, il sacrificio finale simile a quello di Trinity in Matrix Revolutions, caricano l’eroe di simboli e significati prima inaspettati.

jeeg robot

Ottima la scelta dei brani che accompagnano il film, anch’essi fondamentali nella costruzione dei personaggi soprattutto dello Zingaro che ascolta e canta canzoni al femminile di artiste come la Oxa “Un’emozione da poco”, (la cui figura avrebbe ispirato il suo look alla Bowie), Gianna Nannini e Nada, elementi che disegnano un’ambiguità sessuale, mai effettivamente chiarita; tutto l’impianto sonoro funziona ed è servo devoto delle immagini, ritmico e avvolgente, arrangiato dallo stesso regista e autore. Bravo Santamaria nel ruolo imbronciato dell’improbabile eroe così come buona è la prova d’esordio di Ilenia Pastorelli, a suo agio nei panni coatti e teneri di Alessia. Strepitosa la performance di Luca Marinelli, che dimostra ancora una volta, dopo la consacrazione del Cesare di “Non essere cattivo”, di proporsi, legittimamente, come il talento italiano più interessante degli ultimi anni. Come puntualizzato in conferenza stampa da Gabriele Mainetti, il film non ha un intento pedagogico e pastorale, è il cinema come godimento puro e semplice, una restituzione d’arte sincera ed onesta in cambio del “tempo”, che lo spettatore sovrano, consegna all’ingresso in sala. Il fatal flaw si palesa nella scena che precede l’epilogo finale quando a domanda l’eroe, ormai rilasciata ogni resistenza,  risponde laconico di essere Hiroshi Shiba, e si suggella sul cornicione del Colosseo richiamando alla memoria il Batman di Gotham che, solitario, veglia come un santo protettore sulla città; il viaggio dell’eroe è terminato, la consapevolezza è plasmata, la maschera pronta per essere indossata: “Corri ragazzo laggiù, vola tra lampi di blu, corri in aiuto di tutta la gente, dell’umanità; corri e và per la terra, vola e và tra le stelle, tu che puoi diventare Jeeg!…”

 

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Raffaele Patti