La forza delle cose, l’ultimo libro di Alexander Stille

Cosa ti ha spinto a condividere una storia così personale?

Questo libro nasce da delle mie personali esigenze. Credo che quasi ognuno abbia una storia personale che vuole uscire dalle proprie viscere, almeno se si è scrittori. Nel mio caso c’erano tutta una serie di elementi. Sono rimasto sia affascinato sia, a volte, scioccato, dal matrimonio dei miei genitori. Capire le ragioni di questo scontro tra di loro e come mai queste persone così diverse si siano messe e siano rimaste insieme è stato per me un grande mistero da bambino. In più, un altro motivo personale e importante è stato il rapporto di mio padre con l’Italia. Mio padre non ci ha mai insegnato l’Italiano o portati in Italia, ed è un fatto singolare che giornalista che scrive tutti i giorni in Italiano non passi quella lingua ai propri figli in modo che possano conoscere il suo lavoro e il suo mondo. Io, da ragazzo, ho sentito l’assenza lampante di metà della nostra vita famigliare come una lacuna che ho deciso di colmare e, quando ho potuto, mi sono messo a studiare l’Italiano e sono andato in Italia per conto mio.
Ho voluto cercare di capire meglio il contesto in cui è nato e cresciuto mio padre per comprendere lui e il suo comportamento, per cui questo libro nasce da ragioni personali, psicologiche, abbastanza profonde in me. Questo non vuol dire che se ne debba fare un libro, però io sono uno scrittore, e le cose che elaboro tendono a prendere quella forma. E poi, a parte la storia personale, mi è sembrato che, per quanto eccentrica e idiosincratica fosse la storia dei miei genitori, combaciasse con molte linee generali della storia del Novecento, cioè persecuzione razziale, emigrazione, matrimoni interculturali. Mi è sembrato che questa storia avesse un più grande interesse, oltre a quello personale. Poi devo dire che si scrive anche per divertimento. Mi sono divertito a scrivere questa storia e quando ci si diverte come scrittori di solito un po’ di questo divertimento passa al lettore.

Occorre anche coraggio.

Sì, ma a un certo punto della vita si è meno soggetti alla paura di come si appare. Certamente decidere di pubblicarlo è stato psicologicamente più difficile che scriverlo. Sono passati due anni prima che lo inviassi all’editore, anni che ho trascorso cercando di risolvere alcuni problemi famigliari e di far sì che questo libro non creasse delle rotture durevoli. È stato complicato da quel punto di vista, ma lo scrivere è stato piacevole.

Parlare del nostro passato o di un evento traumatico significa averlo superato?

Non credo che si superi mai praticamente nulla. Sarebbe bello pensare che, elaborando delle cose, capendo le ragioni dei problemi del passato, si riesca a superarli. Purtroppo non credo che sia così. Non nuoce, e magari migliora alcune cose, ma, come dice William Faulkner: «Il passato non è morto. Non è nemmeno passato». Siamo costretti a conviverci in qualche modo. Naturalmente con un po’ di lavoro si può, credo, renderlo meno tossico se ci sono degli elementi negativi. Uno dei temi dei libro è, in un certo senso, come si fa a non essere dominati e schiacciati dal passato e dalla forza delle cose. Non credo, però, che si possa scappare; si convive col passato in modo da goderne di più e farsi condizionare un po’ di meno. Il passato rimane lì e noi rimaniamo con i le nostre virtù e i nostri difetti, che possono essere un po’ modificati, ma non diventiamo persone diverse scrivendo un libro. Pensiamo a Tolstoj, che ha scritto grandissimi libri ed è rimasto matto fino alla fine della sua vita.

Quindi rielaborare il proprio passato e cercare di comprendere la logica delle cose aiuta in un certo senso a trovare una qualche pacificazione anche se il passato non può essere cancellato.

Non puoi cancellarlo. D’altra parte io, per esempio, scoprendo di più sulla vita dei miei genitori e dei miei nonni ho cominciato a capirli di più e ad avere un atteggiamento più tollerante nei loro confronti. I francesi dicono che conoscere tutto significa perdonare tutto e quindi, quando si capiscono le forze che pesano sulle persone – e che il libro cerca di descrivere a proposito delle vite dei protagonisti della storia – credo si abbia più comprensione, più pietà per gli errori che hanno commesso. Così è stato per me e credo che sia stato utile.

È richiesta anche una certa magnanimità.

D’altra parte il rancore serve a molto poco, solo a inacidire le nostre giornate. Non mi sembra un buon modo di procedere. Oltretutto produce, di solito, cattiva narrativa.

Quando parli di forza delle cose ti riferisci anche agli individui?

Certamente quando cerco di capire il comportamento di certi miei parenti, come, ad esempio, mio nonno materno – che è cresciuto negli Stati Uniti in tempi molto diversi, in un clima di grande insicurezza, è rimasto orfano molto giovane e ha avuto molte responsabilità fin da ragazzo – non mi sorprende che avesse qualcosa di duro e di freddo nella propria personalità. Capire le forze che hanno pesato si di lui durante l’infanzia e l’adolescenza in un certo senso ti porta ad ammirarlo di più. Chiaramente, poi, questa sua freddezza ha inciso sul matrimonio di mia madre e quindi assistiamo a una catena di comportamenti portati avanti di generazione in generazione.

Abbiamo un margine di manovra in tutto questo? Possiamo, in qualche modo, sfuggire alla forza delle cose?

Non so se si possa sfuggire, ma certamente c’è un margine. Mia madre non ha ripetuto la vita di sua madre o di suo padre, ha creato una vita diversa. I tentativi di scappare dalla propria vita hanno anche portato a conseguenze inaspettate; ha riprodotto alcuni aspetti che ha cercato di evitare, ma ha anche creato qualcosa di nuovo. Io stesso e mia sorella abbiamo evitato alcuni errori dei nostri genitori, ma commettendone altri. A cinquant’anni mi sento più libero che a trenta, avendo capito di più, ma non mi faccio troppe illusioni. Sono sempre stato un grande amatore de “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, che descrive la storia di un uomo che finge la propria morte per diventare qualcun altro. Qualcun altro, però, non si diventa, siamo sempre noi stessi. Credo che la vita sia come una partita a poker: ti vengono date delle carte e puoi scartarne alcune e prenderne altre, ma devi giocare con le carte che hai.

Andare in America ha fatto perdere in suo padre un po’ d’affetto o cambiare idea nei confronti dell’Italia?

Sì e no. Il suo rapporto con l’Italia è stato abbastanza ambivalente. Gli anni che ha passato in Italia da ragazzo sono stati i più formativi della sua vita. È rimasto profondamente attaccato all’Italia, ma aveva anche un atteggiamento reverenziale nei confronti degli Stati Uniti, il Paese che l’ha salvato, che gli ha dato libertà quando c’erano la dittatura e la persecuzione razziale in Italia. L’esperienza dell’America gli ha fatto guardare all’Italia in modo più critico, però il suo attaccamento è rimasto molto forte.

Nel libro parli di zeitgeist. In che cosa consiste e da cosa è caratterizzato lo spirito di oggi?

È un’epoca molto meno politicizzata. Mio padre, per esempio, è cresciuto durante l’epoca delle grandi ideologie del Novecento che, per certi versi, si sono rivelate disastrose e letali: il fascismo e il comunismo sono responsabili della morte di decine di milioni di persone e quindi non bisogna rimpiangere l’epoca delle ideologie più di tanto. D’ altra parte la mancanza di orientamento politico per i giovani che crescono in quest’epoca comporta il rischio di una vita materialista dettata dal consumismo. Questo è un peccato e, in un certo senso, la fine delle grandi ideologie rischia di ridurre la vita a questioni abbastanza banali. Credo che i giovani in questo momento crescano in una grande insicurezza. I figli del Novecento, soprattutto della seconda metà, sono cresciuti in un’epoca di speranza, ottimismo e crescita economica, in cui la premessa era quella di poter sperare di vivere meglio dei propri genitori. Si aveva la sensazione che con la buona volontà e una maggiore educazione si potessero risolvere i grandi problemi del mondo e por fine a conflitti etnici, razziali e nazionali. Lo zeitgeist di oggi è di grande incertezza per i giovani, che hanno paura di rimanere senza lavoro e hanno un senso limitato delle proprie possibilità. Questo mi dispiace molto.

Siamo a rischio qualunquismo?

Un po’ sì. A rischio di orizzonti limitati, più che altro. Non è colpa dei ragazzi, è dettato dallo zeitgeist del momento.

C’è già un’altra storia di cui vorresti parlare?

Diverse. Un’altra storia personale che forse potrei scrivere, ma non sono sicura di volerlo fare, riguarda mia moglie, che è morta molto giovane. Però è molto personale, quindi non so se avrò il coraggio o la voglia di farlo. E poi tante storie giornalistiche.

Ti è mai capitato di sentirti in soggezione di fronte a una pagina bianca?

Non tanto, ormai scrivo da molti anni. Lo scrivere è spesso difficile, però piuttosto che rimanere paralizzato da una pagina bianca preferisco scrivere comunque. Poi, quando una cosa viene male, subentra magari la capacità critica e quindi entri già dentro la scrittura. È meglio lavorare con qualcosa di mal riuscito piuttosto che “rimanere a secco”. È un modo per “accendere il motore” e mettere in moto la macchina.

C’è una frase del libro che mi ha colpito, in particolare: «È la natura magica delle cose ad essere evanescente». Secondo te, che cos’è che resiste e ci sopravvive?

Per chi scrive, scrivere è lasciare una traccia per difendersi dal vuoto e dall’oblio, ma non è detto che ci riesca. Keats ha detto: «Qui giace qualcuno il cui nome era scritto nell’acqua». Scriviamo tutti nell’acqua, naturalmente molti di noi più di Keats, il cui nome, invece, rimane in bianco e nero.
Rimangono questi momenti di bellezza così sfuggenti e a cui, scrivendo, si cerca di dare vita in più. Di preservare qualcosa contro la rovina continua del tempo.

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Claudia Pellicano

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