Jep Gambardella e la ricerca della grande bellezza

La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è un film sull’assenza, sull’indubitabile mancanza di audacia che da forma alla mediocrità delle nostre vite; sul vuoto diabolico che divora la responsabilità di vivere autenticamente se stessi. Il protagonista del film, che Servillo interpreta con una commovente maestria, coltiva il seme tenebroso della rinuncia da cui si sviluppa inevitabilmente un’esistenza posticcia oltreché deforme. È uomo invecchiato ma immaturo. La sua profonda sensibilità lo distingue precocemente dai suoi coetanei e amici; si accorge molto presto, e non senza imbarazzo, che alla «fessa» preferiva «l’odore delle case dei  vecchi». Dopo aver lasciato la sua Napoli, Jep Gambardella – questo il suo nome – all’età di ventisei anni si ritrova immerso negli splendori e nelle atmosfere malinconiche della capitale, che diventano grazie a una sapiente regia, la cornice ideale di questo intenso racconto. La sua scalata al successo lo vede trionfatore assoluto sopra una schiera di attrici fallite, poeti muti, romanzieri, cocainomani che sembrano incarnare l’intero cascame della scena artistica romana. Nelle feste sguaiate presso le case dell’alta borghesia la sua pregevole intelligenza e la sua spiccata ironia castigano impietosamente le velleità intellettuali dei suoi interlocutori. Sebbene scelga di partecipare a quei trenini «che non portano da nessuna parte» sulle note martellanti di canzoni che muovono all’eccitazione sfrenata, la sua vita interiore non appassisce del tutto di fronte tutta questa falsa trasgressione. Intervista svelandone l’insipienza – dopo aver assistito alla sua esibizione autolesionistica – l’artista che parla con vaghezza di vibrazioni; smaschera la donna che ostenta i suoi undici romanzi e il suo stucchevole impegno civile.

Nella cafonaggine della Roma immaginata da Sorrentino, dove persino un chirurgo plastico come una specie di guru sembra sentenziare dal suo tempio, emerge la complessità del carattere tormentato del dandy napoletano. Una visita improvvisa lo avverte che la donna che aveva amato in gioventù e che aveva ispirato il suo romanzo d’esordio, L’apparato umano, è venuta a mancare; è lo stesso marito il latore della triste notizia che gli confessa di aver appurato leggendo i diari della moglie che lui è stato l’unico uomo che lei abbia veramente amato. Lui sembra sorpreso da questa rivelazione; come se nella luce di un istante fosse tornato chiaro alla sua mente che in realtà non era la grande bellezza e l’amore ad essere fuggiti alla sua ricerca quanto la sua ingiustificabile abdicazione a determinarne la loro sparizione. Da un certo punto della sua vita in poi Jep smette di amare e una volta soffocata la sua vocazione di scrittore indossa la maschera del giornalista di costume e del critico teatrale, o forse, più precisamente quello dello spregiudicato ed abile conversatore.{ads1}

La frequentazione con Ramona (Sabrina Ferilli) spogliarellista non più giovane e figlia di un suo caro amico segna però nella vita di Jep l’inizio di un graduale cambiamento; la genuinità della donna in mezzo alla fredda ipocrisia cui ormai era abituato è contagiosa e sembra riportarlo lentamente alle sponde del suo vero essere. Per lei sente di provare un affetto sincero che lo allontana da quelle relazioni ripetitive e scialbe, le quali lo fanno senza coinvolgimento alcuno, saltare continuamente da un letto all’altro. Adesso i suoi turbamenti riaffiorano tra le trame degli eventi; indimenticabile la scena in cui un cardinale distratto e fuggevole spezza sul nascere un interrogativo che agita la sua anima. Anche i prelati uomini per antonomasia preposti ad assistere spiritualmente l’uomo piaono risucchiati nella danza avvilente di questa mondanità.

Le scene finali della storia sono pervase dalla figura della suora chiamata da tutti “la santa”; in un mondo che si nutre di chiacchiera il peso del suo vissuto dissipa nel cuore di Jep gli ultimi indugi. La verità scolpita sul suo corpo invecchiato nella povertà sembra stigmatizzare in silenzio i sepolcri imbiancati dalla chirurgia estetica; e quando ammette di essersi cibata negli anni solamente di radici come non pensare ad un implicito rimando a quelle sacre e preziose della nostra cultura. L’odore della vecchia accelera portandola a compimento la seconda metamorfosi di Jep Gambardella che ritrovata la vitalità della sua arte, in uno sprazzo di potente lucidità, dichiara: «Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita. Nascosta sotto il bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.»

La frase di Celine che campeggia in sovraimpressione sovrastando le immagini iniziali preannuncia il viaggio simbolico dell’autore; ci ricorda quanto sia importante far lavorare la nostra immaginazione oggi spesso dissolta nell’oceano di una perenne distrazione. Come italiani pesa sulle nostre anime un’eredità culturale enorme, ingombrante che sembra quasi esser diventata la causa dei nostri disagi piuttosto che una vitale fonte d’ispirazione. Siamo come figli d’arte inibiti dalla grandezza di chi ci ha preceduti; abbiamo improvvisamente smarrito quella potenza creativa in grado di costruire una cosa nuova sulla base di cose vecchie. Incapaci di conservare l’antico, invecchiamo senza accorgercene insieme alle poche cose che facciamo per l’impossibilità di rinnovarci davvero. La redenzione di Jep Gambardella deve essere uno sprone; il suo risveglio che passa obbligatoriamente per la dissipazione e lo spreco dovrebbe coincidere con il nostro risveglio, perchè che lo si voglia accettare o meno siamo tutti condannati a compiere in vita il nostro personale capolavoro.

 

 

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Filippo Deodato

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