In mostra al Vittoriano i cinquant’anni di Botero

Inaugurata al Vittoriano una mostra monografica su Botero che celebra i cinquant’anni della sua straordinaria carriera con una cinquantina opere che ne riassumono in toto il percorso artistico. Presente e osannato al suo arrivo alla conferenza stampa l’ottantacinquenne artista colombiano ha sottolineato in perfetto italiano e con una straordinaria lucidità la gioia di celebrare in Italia, e in particolare a Roma, questo mezzo secolo di storia di pittura Boteriana (quale artista oggi può fregiarsi di un aggettivo che ne incarna perfettamente lo stile?) “perché il mio legame con l’arte rinascimentale è ben radicato da quando venivo come studente ad ammirare i capolavori dei grandi maestri”.

E’ il curatore storico della rassegne sul nostro Rudy Chiappini, affiancato al timone dalla inossidabile Iole Siena di Arthemisia e dal Presidente di Skirà Massimo Vitta Zelman partners indiscussi delle grandi rassegne capitoline, a delineare le coordinate espositive della rassegna che si snodano principalmente su due assi: la riconoscibilità e la coerenza. La prima si è espletata con una cifra stilistica unica ed inconfondibile del nostro da sempre attento ai volumi e alle forme sensuali che costituiscono le fondamenta della sua arte, mentre la seconda attiene alla sua fedeltà totale a assoluta alla pittura mai abbandonata nonostante le continue mutazioni genetiche dell’arte contemporanea. Botero non ha mai cercato filtri con le sue opere, le sue tele piene di colori e di soggetti sempre privi di stato d’animo, che occupano lo spazio dialogando direttamente con lo spettatore indipendentemente dall’ oggetto trattato, e in questa rassegna composta da otto sezioni le aree tematiche prevalgono sulla cronologia dell’esecuzione. La prima sezione è quella delle sculture, naturale conseguenza delle sue tele a tutto tondo pur se spogliate dal colore. Botero risolve l’arcano conferendo ai suoi bronzi volumi e una tipologia di immagini che riempiono lo spazio di solennità e mistero senza rinunciare alla sua consueta plasticità accentuata dalla tridimensionalità. La seconda sezione è un sentito e doveroso omaggio di Botero alla pittura europea che gli ha spalancato gli occhi nei suoi viaggi negli anni ’50. Giotto, Piero della Francesca, Goya, Velàzquez, seguiti in un secondo momento da Rubens, Cezanne e Manet sono omaggiati e messi a confronto con la sua arte senza il benché minimo tentativo di imitazione, perché l’arte del maestro colombiano prende spunto da questo infinito magazzino di immagini rielaborandolo a modo suo, con una dose di ironia come nel caso dei celeberrimi ritratti di profilo Federico da Montefeltro e Battista Sforza, animato da una sinuosa sensualità nella Fornarina, o intimista nel ritratto di Rubens e sua Moglie in cui il gusto del bello viene idealmente alterato dalle sue rotondità. Le nature morte occupano il terzo segmento della mostra, intese dal maestro stesso non come mere esposizioni do oggetti inanimati, ma vive e solide come figure geometriche che occupano uno spazio equilibrato sotto il segno del colore. L’esempio di Cezanne è ben tangibile in questa sezione in cui i canoni della classicità si fondono con emozioni ed atmosfere nostalgiche come quelle evocate da Natura Morta davanti al balcone dove un paesaggio indica allo sguardo una possibile via di fuga.

Un approccio totalmente libero e smarcato da ogni convenzione è quello che occupa la quarta sezione incentrata su temi a carattere religioso. Botero approccia le sue figure iconiche con uno sguardo in bilico tra la realtà e la proiezione fantasiosa che traspare nelle tele in cui la contemplazione estatica dei suoi soggetti, seminaristi o cardinali che siano, è plasmata e inserita in un contesto composto e pacato. La politica come dimensione popolare e attaccamento alla propria cultura latino-americana è l’oggetto del quinto settore espositivo, in cui le opere sgargianti dedicate al potere  non esprimono giudizi di merito ma si concentrano sui colori e l’eleganza barocca degli ambienti in cui Botero gioca con lo spettatore da vero affabulatore. Non potevano mancare in rassegna scorci di vita latina americana, veri e propri tableaux vivants della sua formazione giovanile qui esposte nella sesta sezione. La policromia, il linguaggio diretto e la purezza della forma dell’arte precolombiana saranno le basi di partenza del suo essere artista testimoniato dalla compunta impassibilità dei nativi da lui ritratti, immersi armonicamente nel loro vivere quotidiano. I famigerati nudi Boteriani occupano la penultima parte espositiva: forme tondeggianti e sensuali che riempiono gli spazi, fantasie nostalgiche su corpi rubensiani che con naturalezza flirtano con lo spettatore in una sorta di giardino dell’Eden primordiale, come quello in cui Adamo ed Eva si osservano con stupefatta ingenuità e un tocco di sana carnalità. Si chiude con il Circo, un altro amore del nostro, che ha sempre affascinato per i colori e il movimento il suo universo pittorico, un vero e proprio “soggetto bellissimo e senza tempo” a detta dello stesso Botero che si diverte a rappresentarne i vari aspetti restituendoci carrellate di ritratti variopinti intessuti di stupore e meraviglia nelle forme e dimensioni a lui più congeniali. Mostra da vivere tutta di un fiato e tributo doveroso ad un artista unico ed ineccepibile che da cinquant’anni ad oggi fa parte, ed è parte, del nostro immaginario collettivo.

 

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Fabio Bandiera