Beatlestory: una festa in stile anni ’60

Se volete fare un salto negli anni ’60 e rivivere, anche se solo per una sera, l’atmosfera di quegli anni, il Beatlestory – The Fabolous Tribute Show è l’appuntamento giusto. Uno spettacolo a 360 gradi che ripropone, ripercorrendo le varie epoche, i più grandi successi dei Beatles e che il 18 febbraio ha fatto tappa anche all’Auditorium Parco della Musica.

Show a 360 gradi, già, perché oltre al lato musicale, ha anche un lato culturale: i brevi filmati che si succedono tra un album e l’altro sono dei mix di filmati originali dell’epoca che testimoniano l’atmosfera dei meravigliosi anni ’60: Woodstock, i miti di James Dean o Marilyn Monroe, lo sbarco sulla luna, la minigonna e spezzoni delle esibizioni della band. Quindi indovinata la scenografia, così come i costumi, ispirati alle copertine dei loro album: si passa dalla versione in giacca e cravatta di Love me do alle coloratissime divise del Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Scelta sbagliata l’uso dell’inglese per interloquire con il pubblico, in prevalenza di una certa età; bella invece l’idea di chiudere il Beatlestory con le immagini del clima sessantottino riguardanti le proteste studentesche e i movimenti pacifisti e con il brano Revolution.

Riproduzione fedele o meno? Perfettamente riuscite le armonizzazioni, così come le sonorità: nei panni di George Harrison un notevole Roberto Angelilli, peraltro ex Apple Pies, un’altra famosissima tribute band dei Beatles, che si è ben saputo districare tra le diverse chitarre e concedersi qualche assolo. Lo stesso vale per Armando Croce alla batteria, che ha ben interpretato Ringo Star. C’è poi da fare qualche annotazione sulle qualità vocali individuali: straordinario Patrizio Angeletti nei panni di John Lennon: una voce melodiosa e pulita, molto somigliante a quella originale; mentre punteggio bassissimo per un Paul Mccartney (Teodosio Gentile) dalla voce soffocata e sforzata negli acuti. Ad accompagnare la formazione originaria Aleks Ferrara alle tastiere.

Il Beatlestory tutto sommato è uno spettacolo coinvolgente, che riesce ad immergerci nell’atmosfera di quegli anni, una festa in perfetto stile anni ’60. Certamente non può interessare i cultori di musica e questo d’altronde è il punto debole di ogni cover band. È un po’ come aver perso un oggetto a noi caro: potremmo comprarne altri cento e magari trovarne uno che ci si avvicini, ma nessuno sarà mai uguale all’ “originale” e nel mondo della musica è la stessa cosa, soprattutto se poi parliamo di certi mostri sacri.

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Twitter: @ludovicapal

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Ludovica Pallotta