Torino, capitale della bellezza

Un tempo a Torino c’era la nebbia e lo smog. La Fiat, la Juve e l’Avvocato, che per molti non era il massimo –per altri sì, ovviamente. Ma soprattutto l’immaginario di una città cupa e un po’ triste, luogo di immigrazione, prolungamento della fabbrica, brutta come Milano, che a quel tempo ancora non si beveva, forse anche più anonima.

Oggi Torino è una delle più belle città d’Italia.

Torino: rinascita di una città

Ovviamente, Torino (ma anche Milano, intendiamoci) era bella anche prima, solo che se n’era dimenticata. La riscoperta dell’orgoglio cittadino, con le Olimpiadi invernali del 2006, fu un caso da manuale su come le città possono ritrovare sé stesse e superare la crisi: oltre a puntare su nuove direzioni –il design, le industrie creative, le nuove tecnologie- con una serie di riusciti restauri di monumenti, di riqualificazioni di pezzi di città, di nuovi musei e di riorganizzazione dei servizi. Oggi a Torino, divenuta da tempo città turistica, ci vai per visitarla e ammirarla; e se magari sei di qualche altra città in crisi, anche un po’ per rosicare.

Torino è una città a immagine dei Savoia. I Savoia nella vita facevano la guerra, quella piccola, che presidiava le Alpi per guadagnare qualcosa dal controllo dei valichi. Vassalli della Francia, a cui hanno sempre dato anche un po’ di fastidio, una volta sono arrivati perfino a metterla in seria difficoltà (nel ‘700). Quindi Torino ha la forma di un accampamento militare: ortogonale, misurata, controllata, ogni isolato come una tenda; una griglia apparentemente regolare, eppure piena di imprevisti e sorprese, un po’ nascoste un po’ no, in modo che la meraviglia sia continuamente dietro l’angolo –un angolo retto, ovviamente.

Misurata, elegante, sorprendente

La regola della griglia ogni tanto è violata da viali diagonali: proprio quando credevi di aver capito tutto, via Pietro Micca, dove trovi quel liberty che sa di rivoluzione industriale, o la porticatissima Via Po, ti cambiano l’orientamento, creando imprevisti e improvvise aperture, come nella grandiosa Piazza Vittorio Veneto, spalancata sul Po, sul verde della collina e sulla chiesa della Gran Madre. La griglia è trapuntata da un continuo merletto di archi, portoni, chiese barocche e porticati ripetuti infinite volte: quando erano nere e sporche, una ripetizione ossessiva di degrado; da quando sono state restituite alle tinte e agli stucchi originari, un trionfo di bellezza e di eleganza. Come in Piazza San Carlo, vera summa dell’idea di città che hanno a Torino. Piazza Castello, luogo di ben due palazzi reali, è una piazza che sa di Europa –saranno anche le fontane con i getti a terra così popolari oltralpe, ma da noi c’è sempre paura che qualche bambino ci si faccia male: invece loro ci giocano felici e fracichi. (A piazza Castello c’è anche l’infopoint turistico, fate la Torino Card che conviene).

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Ogni tanto il dispettoso urbanista sabaudo si diverte a far saltare qualche isolato, e al suo posto ci mette una piazza alla parigina, elegante e di rappresentanza con qualche nome di regnante, piazza Carlo Felice, piazza Carlo Emanuele II, piazza Carlo Alberto; oppure un domestico square per dare aria e verde ai palazzi, come in Piazza Maria Teresa; ci dissemina teatri e palazzi, ci nasconde passaggi coperti che diventano salotti segreti, come la Galleria Sabauda; ci conserva qualche retaggio di un passato più antico, come il Mastio della Cittadella (visitate il Museo Pietro Micca: ci sono stati momenti in cui abbiamo dato luce a eroi temerari, dando anche problemi ai francesi, che fa sempre piacere) o i resti romani nascosti nel cosiddetto Quadrilatero, la città romana dalle vie più strette, accampamento nell’accampamento.

Torino da bere. E da mangiare

Ma la Torino che fa più piacere scoprire infilandosi un po’ a caso e un po’ ovunque, è quella degli antichi caffè dai pavimenti in legno, dove hanno inventato l’aperitivo ed il tramezzino (non quello stecchito degli snack bar, ma quello lussureggiante e rococò 20190413_105120di Platti in Corso Vittorio), e creato cose sublimi con il cioccolato (come il bicerìn in piazza della Consolata, ci andava matto Cavour); e dei mercati, come Porta Palazzo o al Lingotto, dove c’è Eataly e dove non bisogna perdere Terra Madre, il Salone del Gusto. Perché a Torino si gode come si può godere solo quando educhi il gusto a raggiungere l’estasi. Piacere senza sbracare. Che se si esagera non l’è bel, anche se poi si può sempre andare a correre nel verde lungo il Po, al Valentino.

Salire a piedi per i 167 metri della Mole Antonelliana –progettata per essere una sinagoga- invece non si può, bisogna prendere gli spettacolari ascensori del Museo del Cinema; per vedere la corona di Alpi innevate intorno alla città potete salire qui, sul Monte dei Cappuccini o a Superga; per vedere come i re sabaudi volevano paragonarsi alle immortali dinastie del passato visitate il Museo Egizio, il più importante al mondo dopo quello del Cairo; per vedere la Sacra Sindone andate al Duomo di San Giovanni (ma anche al curioso Museo della Sacra Sindone).

Infinita caccia al tesoro

E ancora: il Sacro Graal, il Castelmagno e i Murazzi; l’eredità industriale, il Grande Torino, le Porte dell’Infinito, la Confetteria Stratta; Gramsci e Gobetti, i ravioli del plin, il barolo e l’arneis e molto altro sono nascosti nell’accampamento dai merletti barocchi, come in una sorprendente caccia al tesoro.

A voi scoprirne i segreti, e vincere il premio: Torino, una delle più belle città d’Italia e d’Europa.

 

Io

 

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.