Sannio, Lucania, Pollino: il Gran Dorso d’Italia

Ma non chiamatela Italia ‘minore’

Se avete consumato mete esotiche e rincorso la vostra immaginazione in lungo e in largo per il mondo, forse vi chiederete dove andare a cercar meraviglia, e come continuare a sfidare la vostra capacità di stupirvi – possibilmente senza spendere una fortuna. Abbiamo quello che fa per voi: un itinerario nell’Italia del centro sud, pedemontana, sconosciuta, solitaria, che chiameremo il Gran Dorso d’Italia.

Un Grand Tour, meglio se in macchina, per quell’Italia dei piccoli centri, subappenninica e spesso definita ‘minore’, ma che da millenni dell’Italia è il vero elemento costitutivo. Lontano dalle grandi città e dai loro luoghi comuni, dai capannoni della piana, i centri commerciali, gli svincoli delle statali costiere, le serre, i megaristoranti, gli stabilimenti e i menù turistici. Al termine, faticherete a non dire anche voi ‘uno viaggia in tutto il mondo, ma alla fine l’Italia… ecc.’.

On the road, sulla Casilina

Il bello di un viaggio così, intanto, è che comincia già sulla via Casilina: subito, appena usciti di casa, fuori Porta Maggiore. Palazzi, baracche, benzinai e cartelloni pubblicitari pian piano vanno rarefacendosi, Roma lascia il passo a pezzi di una campagna antica come gli acquedotti e le torri medievali diventate fattorie. La salita da Cassino attraverso una stretta gola è il nostro Varco spazio-temporale: ed è subito Venafro, Molise, con il suo gorgoglìo di sorgenti, pescaie, il lavatoio a ponte, la centrale elettrica d’inizio secolo, la fontanella del venditore di cocomeri. Venafro D’ora in poi tutto sarà diverso.

Il Molise, eccome se esiste

Prediligete le vecchie statali, se possibile le provinciali. Conoscerete da vicino le mozzarelle di Bojano, capitale dei sanniti, greggi e tratturi che attraversavano le città già ai tempi di Saepinum, paesi arbereshe come Portocannone, dove si parla albanese, ma anche –ed è un unicum tutto molisano- croato, come Acquaviva Collecroce: genti balcaniche che arrivavano dall’altra sponda dell’Adriatico già nel XV secolo, o perché scappavano dai turchi, o perché qui dopo i terremoti serviva gente per ripopolare. Vale la pena salire al monte Miletto, nel Matese, dove se capitate in un giorno di tramontana vedrete il Tirreno da una parte e l’Adriatico dall’altra; e sulla cui cima (2050 m) i Romani costrinsero i sanniti a rifugiarsi, circondandoli e poi lasciandoli morire lentamente di fame. Tricolore di Lucania Voi però fermatevi a mangiare in qualunque posto, anche a caso, anche senza particolari dritte Slow Food: vi imbatterete nei torcinelli o nella pezzata, sapori forti di pastori italici, nel caciocavallo, la stracciata, la ventricina, nelle cicerchie, nel rosso Tintilia, antico vitigno autoctono. Il cibo è sempre nel viaggio, è  scoperta, racconto, cultura: anche le gens preromane, pecorai fieri e guerrieri, te le racconta la tavola almeno quanto Tacito e Polibio, e i paesaggi del grano e dell’ulivo. Civiltà scandite dai cicli della terra, bisognose di riti propiziatori e scongiuri che hanno lasciato traccia in un carnevale pieno di diavoli, streghe e uomini orso, nelle corse di carri trainati da buoi, nella sfilata dei covoni a Pescolanciano e nella festa del Grano a Jelsi; nelle zampogne, che poi sarebbero sempre pecore che si suonano (ci sono anche surreali riti pasquali con bambini volanti, come nel Volo dell’Angelo di Vastogirardi e nei Misteri di Campobasso).

Dalla Sassonia all’Irpinia

Benevento, guardiana del vallo millenario che collega Tirreno e Adriatico, quello da cui sono passati tutti gli invasori possibili, da Annibale ai bizantini, e dove oggi corre la Napoli-Bari, è un’altra sorpresa. L’ Hortus Conclusus di Mimmo Paladino non è che uno dei tanti interventi di valorizzazione del centro, che con le sue aiuole fiorite, i restauri accurati e l’estesa pedonalizzazione del centro sfida un certo stereotipo sulle città della provincia meridionale.

Il Gran Dorso d'ItaliaLongobardi sono anche molti toponimi del ducato di Benevento, come Guardia, che viene da warda, posto di vedetta (Guardia Sanframondi, il paese dei cruenti battenti, Guardia Lombardi), sant’Angelo dei Lombardi, Gallo e Sassinoro, che deriverebbe nientemeno che da Sassonia. Siamo ancora in Irpinia, Campania, nel paesaggio montano, verde e ombroso di faggi, che a genti germaniche doveva sembrare familiare; ma qualcosa sta per cambiare. Altri suoni nei toponimi lo annunciano, nomi importanti come Lacedonia, Aquilonia; dopo il fiume Ofanto, dove Annibale scannò 70.000 romani in un sol giorno, anche i corsi d’acqua cambiano direzione, puntando verso est, nel mare della Magna Grecia. Vùlture Dopo il Vùlture e il suo lago –ora siamo in Lucania, terra di lucus, bosco- la grande abbondanza di acque minerali, i grandi alberi e il caciocavallo di podolica, cambierà di nuovo tutto.

 

(Se vi va, il Gran Dorso d’Italia prosegue la settimana prossima con la Basilicata, ma non coast to coast)

 

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.