Pomuch: la città della limpieza de huesos

“Le tradizioni uniscono e rendono l’uomo più sicuro”
“E come nasce una tradizione?”
“Si costruisce, con il rituale susseguirsi dei gesti. Per esempio se noi prendiamo il tè ogni giorno non per il semplice gusto di prenderlo, ma per accompagnarci durante l’inesorabile avanzare del tempo, dei giorni, delle ore, questo diventerà una tradizione”

Le tradizioni sono quanto di più antico e, allo stesso tempo, labile possa avere l’uomo. Vanno coltivate e curate nella loro pratica, poi vanno tramandate e per tramandarle, senza destinarle all’estinzione, bisogna amarle e questo amore, che è anche un pò un atto di fede, lo si deve trasmettere agli altri, specialmente a chi ne diventerà il custode nella generazione a seguire. Solo in questo modo una tradizione vive nei ricordi e sopravvive nel futuro, ma soprattutto così diventa uno dei fili che tesse la trama di una cultura. Il rituale susseguirsi dei gesti, poi, crea un altro tipo di legame: quello col passato e fa sentire tutti connessi, chi c’è, chi c’è stato e chi ci sarà.

Questa connessione è evidente più che mai a Pomuch, città messicana situata nello stato di Campeche, dove una tradizione in particolare riunisce ogni anno anziani, giovani, bambini e persino defunti durante la limpieza de huesos. 

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Pomuch: la città della pulizia delle ossa durante il dia de los muertos

Pomuch

Pomuch

Tutto inizia l’ultima settimana di ogni ottobre, i familiari dei defunti si recano nel colorato e peculiare cimitero di Pomuch che li accoglie con la simbolica scritta “rispetto e silenzio“. Le tombe vengono aperte e, un volta tolti i resti, si inizia la pulizia delle ossa, un rituale tanto antico quanto simbolico. Solitamente le tombe vengono aperte 3 o 4 anni dopo la morte del familiare, quando la carne si è decomposta. La tradizione vuole che si inizi dagli arti inferiori per la pulizia, fino ad arrivare alla testa, poi le ossa vengono riposte nella loro cassetta di legno, rivolte verso l’entrata dell’ossario e rivestite da un fazzoletto ricamato a mano dal familiare più prossimo al defunto, che viene cambiato ogni anno. I ricami richiamano l’antica tradizione maya, di cui le tradizioni di Pomuch sono figlie. In occasione del giorno dei morti anche la città viene tirata a lucido, gli spiriti al loro arrivo dovranno trovare il paese pulito, altrimenti saranno loro stessi a renderlo tale e se questo accadesse sarebbe segno di disgrazia. La pulizia della città inizia circa dieci giorni prima del dia de muertos.

 

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Dopo aver sistemato per bene l’ossario inizia la preparazione per la visita degli spiriti sulla terra, vengono preparate le pietanza preferite dei defunti e sulle tombe vengono riposti acqua, dolci e alcuni oggetti utilizzati in vita dal parente che è venuto a mancare. Gli altari vengono adornati con i cempasuchil, pianta erbacea originaria del Messico caratterizzata da fiori gialli o arancioni che emanano un forte profumo che aiuta le anime a non perdersi. Durante il dia de los muertos nei cimiteri di Pomuch, e di tutto il Messico, non si respira aria di commiserazione o tristezza, ma di festa. La morte viene accolta e vista non come la fine, ma come uno stato fisico diverso, un’amica e non una nemica e questo non vuol dire adorazione, ma darle il rispetto che merita come anello costituente del ciclo naturale delle cose. Come i Maya la morte non viene vista come la fine di tutto, ma come l’inizio di un nuovo ciclo che prepara alla reincarnazione, una preparazione alla seconda vita.

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Ed è proprio nella storia di questa popolazione che affonda le radici la tradizione del dia de los muertos, i Maya interravano i loro cari con tutti i loro averi, ed è stata tramandata di generazione in generazione fino ad oggi, acquisendo una valenza culturale così importante che nel 2003 l’UNESCO ha nominato il dia de los muertos patrimonio culturale immateriale dell’Umanità in quanto è una delle espressioni culturali più antiche e di maggior rilevanza tra i gruppi indigeni del paese”. 

Il dia de los muertos: festività dall’odore di cempasuchil e di pane

Pomuch viene celebrata a livello nazionale per i suoi pani tradizionali, di diversi tipi e forme; infatti il pane di Pomuch è considerato il migliore della penisola dello YucatánIl segreto della sua bontà si nasconde nel forno, fatto in muratura e riempito di vetro che, unito alla legna utilizzata per la cottura, dona al pane il suo sapore così osannato. A Pomuch si possono gustare diverse tipologie di pane, ognuna con tempi di cottura ben definiti, il più celebre si chiama Panetela. La data in cui viene sfornato e venduto più pane è proprio durante il dia de los muertos: vengono anche realizzati pani a forma di bambola che i familiari pongono come dono sulle tombe dei più piccoli, pan de Muñeco, ed il pan de muertos, un pane dolce solitamente arricchito con semi di anice e decorato con ossa e teschi fatti di pasta. Per l’occasione, oltre alla preparazione del pan de muertos e dei piatti preferiti dei defunti -affinchè gli spiriti possano rifocillarsi dopo il lungo viaggio dall’aldilà- vengono preparate alcune pietanze tradizionali come la pulque, una bevanda fermentata ricavata dalla linfa dell’agave e l’ atole, un porridge caldo fatto con farina di mais, con zucchero di canna grezzo, cannella, vaniglia e cioccolata calda.

Pomuch

Dai festeggiamenti per il dia de los muertos non vengono esulati i bambini che sono soliti sfilare in parate molto simili a quelle che avvengono presso Città del Messico con abiti tradizionali colorati e festosi; quindi il dia de los muertos connette davvero tutti nella celebrazione del ricordo di chi non è più con noi materialmente ma, che forse, è vivo più che mai grazie alla cura dei propri cari.

Anche lo scorso anno ci siamo trovati a parlare di Pomuch e della sua tradizione più famosa (Pomuch: la città della pulizia delle ossa per il dia de los muertos) grazie alle foto di Cristina Cosmano e forse ogni anno ci troveremo a parlarne, perché le tradizioni, dopotutto, rendono l’uomo più sicuro. 

Tutti i diritti delle foto sono riservati a Cristina Cosmano.

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Twitter: @amiraabdel13

 

 

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Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e formosa (perché grasso è bello o perlomeno simpatico) e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 nella sezione Gossip e Tv dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.