Paesaggi rurali di interesse storico, la lista si allunga

Il Registro Nazionale dei Paesaggi storici passa da 16 a 25 paesaggi riconosciuti. E per conoscerli meglio ora c’è anche un’app

 

PaesaggiIl paesaggio agrario italiano nel corso del Novecento si è profondamente trasformato. Il tentativo di modernizzare l’agricoltura, l’abolizione del latifondo, le bonifiche e le riforme agrarie hanno introdotto importanti innovazioni che hanno migliorato la vita nelle campagne e reso la produzione agricola più efficiente, combattendo povertà, malaria e creando ricchezza economica.

Il paesaggio storico, un patrimonio fragile

PaesaggiMa c’è il rovescio della medaglia. L’arrivo delle monocolture specializzate e intensive, la meccanizzazione e la produzione su scala industriale ha anche comportato un’enorme perdita di ricchezza immateriale. Perdita di conoscenze tramandate per secoli, ingegnose e diversificate da zona a zona, spopolamento delle campagne, abbandono di centinaia di paesi e centri rurali, abbandono di pratiche di gestione e tutela del territorio, rimasto senza difese da alluvioni e dissesti. E tutto questo si traduce nella perdita di paesaggi storici caratteristici, che tradotto in linguaggio ministeriale diventa “perdita della complessità del mosaico paesaggistico”.

Per questo motivo, a seguito dell’entrata in vigore della Convenzione Europea del Paesaggio, nel 2012 è stato creato il “Registro Nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali correlate”. Non si tratta di vincoli e di articoli da Sovrintendenza, ma di inventariare e riconoscere (tipizzare) quelle relazioni tra paesaggio e pratiche agricole sopravvissute alle trasformazioni novecentesche. Una sorta di museo vivente, fatto di territorio, di chi lo lavora e del modo in cui lo fa, sperando che resista; e, negli intenti, anche un modo per aiutarlo a non mollare.

Qualche esempio

PaesaggiNel Lazio, tra la Conca Reatina e il confine con l’Umbria, il Catalogo Nazionale dei paesaggi rurali storici (Ed. Laterza) ha censito un paesaggio denominato “Casette e prati di Cottanello”. Si tratta di un’area di pascolo estensivo intorno ai 1000 metri di altitudine, dove cavalli, vacche, pecore e capre circolano allo stato brado, spesso in compagnia di maiali. Viene ancora praticata la transumanza e i prati, divisi in Prati di Sopra e Prati di Sotto, sono regimentati da antiche opere di difesa come briglie, drenaggi e altri presidi delle scarpate e  canalizzazioni delle acque; le pozze di abbeveraggio sono saggiamente collocate in punti di compluvio, non essendoci sorgenti (lì la roccia calcarea ha creato una pietra impropriamente detta “marmo di Cottanello”: era così bella, rosa rossa e grigia con un po’ di giallo e di viola in mezzo, che nei prati venne aperta una cava da cui sono arrivate ben quarantasei colonne della Basilica di San Pietro, per scelta di Bernini in persona).

I pastori avevano creato un insediamento sparso, un po’ stazzo un po’ villaggio, chiamato Casette: costruzioni rustiche, a due piani, stalla sotto e ricovero sopra, dove oggi circolano solo gli animali. Le Casette sono infatti abbandonate per via dello spopolamento, e i Prati sono in pericolo non per via delle solite speculazioni edilizie, per le quali saremmo decisamente fuori zona; ma per via dell’avanzare del bosco, al quale il progressivo abbandono dell’allevamento ha lasciato mano libera.

Quando un paesaggio così significativo, integro e vulnerabile (questi i tre parametri sottoposti a valutazione) viene candidato all’iscrizione al Registro, il Ministero effettua un’istruttoria, in cui entrano in campo non solo elementi scientifici, ma anche i valori che le comunità interessate gli attribuiscono. Entro il 30 settembre di ogni anno le candidature che superano il vaglio vengono iscritte nel registro con decreto del Ministro; e il 9 settembre scorso è stato licenziato l’ultimo provvedimento che allunga la lista.

paesaggiLe Casette e i prati di Cottanello, ad esempio, non sono ancora state inserite. Ma nel registro ci sono i limoneti e i vigneti di Amalfi, incastonati nei terrazzamenti scolpiti a strapiombo sul mare, con tutte le secolari tecniche per sfruttare al massimo le acque piovane, per trasportare i frutti sulle scarpate e così mirabilmente integrati con la trama urbana; i vigneti della Val D’Aosta, con le antichissime tecniche per sfruttare il calore delle scarpate rocciose e ottimizzare il poco spazio del terrazzamento per la coltivazione ad uso familiare di cereali, foraggi e piccole produzioni orticole e frutticole (famosa la viticoltura “Eroica”, quella che appoggia i graticci delle viti a pilastri in roccia intonacata). E ancora: i paesaggi delle pietre a secco di Pantelleria, le Piantate venete, il paesaggio del Prosecco Superiore, gli Oliveti monumentali di Puglia, la Bonifica Leopoldina della Valdichiana, il paesaggio agro-silvo-pastorale della Tolfa, e così via. L’elenco completo dei paesaggi che ce l’hanno fatta è qui.

Un patrimonio accessibile

paesaggiMolto più lunga la lista dei siti censiti ma non ancora inseriti nel Registro, o in alcuni casi in attesa che qualcuno li proponga al riconoscimento del Ministero. Grazie a un progetto della Rete Rurale Nazionale, la descrizione di ben 80 paesaggi è stata resa fruibile mediante uno specifico tool di Google, il Google My Apps: è consultabile qui, insieme a tutte le informazioni storiche, colturali e pratiche georeferenziate sulla mappa. L’obiettivo dichiarato del progetto è “diffondere la conoscenza dei paesaggi rurali storici, le caratteristiche e la loro unicità al grande pubblico attraverso canali di comunicazione ad ampio raggio e di facile accesso.”

Ma tutto ciò non basta per assicurare un futuro ai paesaggi rurali italiani di interesse storico. Per consegnarli davvero ai posteri è necessario che ciò per cui sono nati, cioè la produzione e lo scambio di prodotti agricoli più o meno trasformati in cibo e in tradizione enogastronomica, continui ad esistere ed anzi riceva un impulso. Per questo al Ministero stanno lavorando a un marchio di “Paesaggio Rurale Storico” e al relativo disciplinare di cui, dicono, la bozza è pronta. Nell’attesa di poter dare il nostro sostegno, non resta che andare a conoscerli dal vivo. Gli strumenti di conoscenza, ormai, ci sono tutti.

(Le foto sono tratte da reterurale.it)

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.