Monterano: voci e volti della città fantasma

 

 

“ Quando un maschio e una femmina si uniscono, viene interessato il dio Giogatino, e vada. Ma occorre portare la sposa nell’ambiente domestico e s’impiega il dio Domiduco; perchè vi si trattenga, il dio Domizio; perchè rimanga col marito la dea Manturna. Che si vuole di più?. (“ Degli dei della prima notte di nozze” – Sant’Agostino, La città di Dio).

Monterano: nascita e apoteosi dell’inferno etrusco.

Una pioggia di contundenti ossimori negli abissi infernali di una città paradisiaca: tra i solenni e bucolici scorci della ”silva mantiana” e le antiche rocce di pietra figlie della dea Manturna si erge Monterano, dimora, rifugio ed espressione di una sacralità che, dall’antica Etruria riaffiora, maestosamente, tra le spettrali metamorfosi di un passato onnipresente e vivo. Quanta sacralità e quanta vita tra le antiche rovine che si fondono con la poesia di un decadentismo che ammalia, seduce, rapisce fino a soffocare lo sguardo! Perso tra malinconici tufi scavati dalle ferruginose e sulfuree acque del Bicione, l’occhio miope dell’incredulità si spinge all’infinito, quasi a voler perforare le austere, funeree grotte della “Greppa dei falchi”, antiche dimore di corpi senza vita; necropoli di un solenne e funesto passato che, dal primo millennio a.C. giunge, quasi indenne, fino ai nostri giorni.

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Ma è su un altro affluente del Mignone, il Lenta, che la vita sgorgoglia tra le antiche acque che, dagli abissi di un remoto passato custodiscono, negli anfratti sulfurei di eterei lidi, tesori di inestimabile valore; punte di freccia, lame, utensili ed antichi strumenti risalenti, secondo gli studiosi, al secondo millennio a. C., testimoniano la presenza di un preistorico e glorioso passato che il canale di Monterano restituisce ai posteri attraverso la sacralità di una natura che, nell’antica Manturia, è stata madre ed artefice di una surreale e alchimistica architettura plasmata da una dirompente forza generatrice.

Monterano: dal “Cavone” alla città fantasma.

Labirintico solco scavato nel tufo, il Cavone rappresenta la testimonianza tangibile di “corsi, ricorsi” e percorsi storici ancestrali, segnati da un’operosità senza precedenti che contempla la civiltà etrusca come artefice indiscussa di un peculiare progetto urbanistico, espressione di uno dei piu’ singolari modelli di città- fortezza della storia: l’antica Manturia. Un esempio straordinario di come la natura possa fondersi e confondersi con la città e ottemperare al ruolo di madre, nutrimento, rifugio e roccaforte inespugnabile di un capolavoro strategico di incomparabile artificiosità. Antica via di accesso alla città- fortezza, il Cavone inizia il suo impervio percorso tra gli inferi del Canalicchio, in un’angusta strettoia: il Colle della Madonnella che, superato l’impetuoso torrente, approda alla valle del Bicione. Qui, tra gli inferi di una spettrale gola scavata nella roccia si prostra, così ,inerme, stremato ma attonito di fronte all’imponente ed austero spettacolo del “Castrum Manturianum”.

Monterano e il ruggito del Bernini.

MonteranoNegli inferi danteschi di gloriose rovine il borgo fantasma riemerge dagli abissi facendo riaffiorare una policromia di arte e di originali artifizi architettonici, declinazioni di stili e contaminazioni che, dal periodo etrusco all’impero Romano, giungono fino a noi. Risalgono, infatti, al II secolo a.C. l’ampliamento di una fitta rete viaria e la costruzione del monumentale acquedotto di Oriolo. Ma il glorioso passato dell’antica Manturia non si arresta e accresce la sua inarrestabile fierezza nel “periodo berniniano” quando, per volere del principe Altieri, Gian Lorenzo Bernini riprogetta l’imponente fortezza trasformandola in un monumentale palazzo ducale. Raccordando, attraverso un loggiato a sei arcate intriso di sapienti rielaborazioni architettoniche, le due antiche torri, il Bernini riesce, così, ad alleggerire, attraverso il tocco barocco di uno stile inconfondibile, la proverbiale severità dell’antico colosso.

Tuttavia, il ruggito del Bernini continua a fare eco in ogni dove e a sancire quasi un patto ancestrale tra architettura ed ambiente: un austero leone, scalfito in una tridimensionalità scultorea di grande impatto emotivo domina, incontrastato, sulla parete esterna del palazzo. Immortalato nell’atto di percuotere la roccia con le tornite ed agili zampe, l’indomito felino fa zampillare l’acqua, rigogliosa, sulfurea,in atavici rigoglii che rivendicano antiche glorie di un passato onnipresente. La cura dei particolari, tuttavia, si allarga a macchia d’olio sull’intera riserva naturalistica di Monterano abbracciando l’elegante architettura della chiesa di San Bonaventura , con l’annesso convento, costruita tra il 1677 e il 1679. Progettata dal genio contemplativo della mens berniniana la chiesa, a navata unica con due cappelle laterali, racchiudeva, al suo interno, una singolare cupola estradossata munita di lanterna,inghiottita dalla forza distruttrice dell’uomo. A rivendicare la cura dell’ambiente circostante, la natura amica riecheggia attraverso onomatopeici suoni, tra cui, il richiamo sublime di un fluttuoso ondeggiare di antiche sorgenti racchiuse in sapienti cornici in cui primeggia di nuovo, incontrastata, la sublime arte del Bernini.

Un’estasi architettonica fatta di giochi di luci, virtuosismi barocchi e simmetrie: la geometrica ed originale Fontana Ottagonale accoglie le ferruginose acque di Monterano in onomatopeici sillogismi che richiamano a un passato glorioso, solenne e sancisce, altresì, la paradisiaca rinascita di una città fantasma che, di infernale, ha soltanto lo spettro di un passato da rivendicare a spada tratta.

 

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Annamaria Di Sibio

Passione e malinconia. Si, la vita è passione e malinconia; come l'estate e i rigidi inverni dell'anima, come la pioggia, con il suo triste e malinconico ticchettio, preludio alla primavera e poi l'estate, e ancora l'estate e l'eterna passione per la vita. Dura ma meravigliosa questa vita.Un dono inestimabile questa nostra esistenza: non siamo nati per sopravvivere, ma per vivere intensamente questo paradiso terrestre magicamente imperfetto che ci addestra leoni nella giungla d'asfalto della quotidianità. Cosa sarebbe la vita senza la malinconia? Che sapore avrebbe la felicità fine a se stessa, la gioia senza la soddisfazione del merito, della fatica, della sana competizione? Che sapore avrebbe una vita priva di coraggio, di lotta per la sopravvivenza e cosa sarebbe una vita senza ambizioni? Tristezza. Sarebbe insipida, inutile, sterile, frigida tristezza. Anche oggi la malinconia prende il sopravvento, mi lacera, mi incupisce, mi fa piangere. Io e la malinconia: amiche, compagne, sorelle. Abbiamo percorso lunghi sentieri, a volte tortuosi, a volte ripidi eppure siamo ancora qui, io e lei , a ridere delle paure del passato, a brindare alle vittorie ottenute, a benedire gli errori che ci hanno plasmato così come siamo adesso: vive, malinconicamente vive, magicamente noi, io e lei, la mia malinconia. La malinconia è donna, ne sono certa. Ha lunghi capelli nero corvino, proprio come i miei. Bussa ogni giorno alla mia porta per farmi compagnia, per ricordarmi che la fragilità è umana, che la tristezza e il dolore fanno parte della vita e che, senza di loro, non potrebbe esistere la felicità. Gioia e dolore: due facce della stessa medaglia, due modi di vivere e di pensare la vita. Si, la vita è ciò che pensiamo, è come la viviamo, è come la amiamo. La vita siamo noi. Questa sono io.