La Transumanza, una cultura che vale un Patrimonio

L’antichissima pratica pastorale, divenuta di recente patrimonio Unesco, è alla base della nostra civiltà. Più di quanto crediamo

A voi forse sembrerà incredibile, ma oltre al Parmigiano, la Nazionale di calcio, il Presidente della Repubblica e poco altro, uno dei pilastri dell’unità italiana è la Transumanza. Solo che noi non ce ne ricordiamo; e in questo senso D’Annunzio (“Settembre, andiamo ecc.”) e il trauma delle poesie da imparare a memoria, nonostante le buone intenzioni, hanno finito per favorire tale rimozione.

Tenteremo di dimostrare l’impegnativa affermazione: e come spesso accade, questo prevede delle storie, un’esperienza immersiva fatta di viaggio e di paesaggio, e delle cose buone da mangiare.

Transumanza

Una storia antichissima

Intanto la transumanza, cioè la migrazione di massa di animali per ragioni climatiche, non è un’invenzione umana. Gli inventori della formula ‘quando fa caldo si va in montagna, quando fa freddo si sta meglio al mare’ non sono i moderni centri anziani ma le mandrie di ungulati selvatici – cervi, caprioli, uri – che lo fanno sin dal Neolitico.

TransumanzaGli uomini vanno al seguito. Prima per cacciarli, poi per addomesticarli, che è molto più comodo. Da monte a valle, da Nord a Sud e viceversa, in senso stagionale e in tutto il Mediterraneo, cioè nella fascia climatica che consente monticazione (salire in montagna) e demonticazione (scendere a valle). Le prime testimonianze di pastorizia abruzzese risalgono al Neolitico; Vestini, Marsi e Sanniti cominciano a organizzare regolarmente lo spostamento di greggi di pecore dall’Abruzzo alla Puglia circa 2500 anni fa. E ci campano bene: le vie di transumanza sono vie di commercio, di ricchezza, di razzia, di fortificazioni, di guerre per il controllo dei valichi. Lungo i tratturi sorgono città e strutture che organizzano gli scambi, i pernottamenti e i soprattutto i pedaggi: tanto che, come si sa, pecunia viene da pecora, la principale forma di pagamento delle civiltà pastorali. E non solo.

Anche i romani odorano di pecora (e di maiale), perché i bovini li usano solo per lavorare; molte vie consolari romane ricalcano il tracciato dei tratturi, come la Salaria e l’Appia Traiana, e molte città importanti – Benevento, Spoleto, Tivoli, la stessa Roma – si sviluppano attorno ai punti di sosta e di mercato delle greggi. Quando Abruzzo e Puglia saranno divisi tra Franchi e Longobardi, spostar greggi per due o trecento chilometri tornerà ad essere un problema: senza l’Impero, anche per le pecore la vita non sarà più la stessa.

Finalmente, con il Regno di Sicilia torna uno stato in grado di organizzare e tutelare le vie di transumanza, viene fondata la “Regia Dogana della Mena delle Pecore” (1254) e si istituiscono i Regi Tratturi (1447). I Borbone riorganizzano la produzione laniera per provare a battere gli inglesi, e nel ‘700 si contano ogni anno tra i 5 e i 6 milioni di pecore “svernanti in Puglia et estivanti in Abruzzo”. Gli introiti da allevamento e transumanza costituiscono un terzo dell’intero bilancio statale del Regno di Napoli.

Transumanza

Contare le pecorelle, ma non solo

C’è un mondo di attività da regolare e gestire intorno ai Regi Tratturi.

I quali sono vere e proprie superstrade erbose, larghe fino a 110 metri e lunghe oltre 200 chilometri, punteggiate da abbeveratoi, stazzi e stazioni di posta, delimitate da cippi, soggette a continue occupazioni abusive degli agricoltori e dei signorotti locali, con continue necessità di reintegre, di manutenzioni. A spostarsi sono migliaia di pecore per volta, c’è bisogno non solo di cani ma anche di cavalli e muli per portare bagagli e cibo, ogni notte va montato un recinto provvisorio per proteggerle da lupi e ladri, servono massari, carosatori, butteri, pecorai e casari che si spostano con loro. Durante le due o tre settimane di cammino si produce latte, formaggio, carne e lana da scambiare con beni di sostentamento lungo il percorso; servono spiazzi, i riposi, per radunare e contare le pecore in attesa dei controlli; sorgono cappelle, taverne, edicole, muretti a secco e siepi di delimitazione, ponti.

Alle partenze si tengono grandi fiere per lo scambio di prodotti e per l’acquisto a credito, feste, balli e struggenti separazioni. La funzione che fu di Ercole Vincitore e della dea Fortuna, quella di tutelare scambi e proteggere viaggi, è ora di San Michele Arcangelo, di Sant’Antonio Abate e della Madonna di Loreto.

Il cammino della civiltà pastorale crea dunque un’antropologia, genera cultura e trasforma il paesaggio. È quella spina dorsale appenninica del paese che i greci antichi definivano “terra pecorosa”, il sistema circolatorio essenziale alla vita di tutte le popolazioni italiche.

I tempi cambiano

TransumanzaQuesta circolazione rallenterà ben prima dell’avvento dei motocarri.

Ogni sforzo di favorire un’agricoltura efficiente e produttiva, il frazionamento del latifondo, dell’uso civico e del demanio armentizio, lo stesso ottocentesco grido La terra a chi la lavora! avviene a scapito dell’antico mondo pastorale che necessitava di proprietà collettive, indivise, e di spazi aperti.

I tratturi si restringono, in alcuni casi fino a sparire; la produzione di lana diminuisce e i pastori nel primo Ottocento sono la prima categoria a conoscere la disoccupazione: quando i francesi a Napoli combatteranno la pastorizia come forma di economia arcaica e feudale, a loro si porrà il dilemma emigrazione o banditismo. È la modernizzazione, mon chéri. E poi, certo, nel dopoguerra ci si metterà anche la motorizzazione.

I Regi Tratturi erano cinque. Tutti portano nel nome la partenza e l’arrivo: L’Aquila-Foggia, Centurelle-Montesecco, Celano-Foggia, Castel di Sangro-Lucera e Pescasseroli-Candela. Ma l’elenco demaniale a fine ottocento comprende ancora 12 Tratturi, 60 Tratturelli (collegamenti fra tratturi e centri abitati) e 11 Bracci (collegamenti tra i tratturi principali), per uno sviluppo di oltre 3000 chilometri e più di 20.000 ettari di superficie.

Transumanza Patrimonio dell’Umanità

TransumanzaUn patrimonio oggi in parte disperso, ma non del tutto perduto. Complice la pandemia, se n’è parlato forse poco: ma l’11 dicembre 2019 la Transumanza è stata inserita nella Lista Rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Nella relazione si legge che la candidatura, presentata da Italia, Austria e Grecia, ha evidenziato “l’importanza culturale di una tradizione che ha modellato le relazioni tra comunità, animali ed ecosistemi, dando origine a riti, feste e pratiche sociali che costellano l’estate e l’autunno, segno ricorrente di una pratica che si ripete da secoli con la ciclicità delle stagioni”. Per ora il successo (è il decimo riconoscimento per l’Italia in questa lista, in cui ha il primato di iscrizioni in ambito rurale e agroalimentare) non ha ancora generato un vero e proprio programma di valorizzazione organico. Speriamo in prossime novità.

Intanto, per sentirci un po’ pastori erranti, oltre a percorrere i tratturi a piedi come si fa ormai sui grandi cammini italiani ed europei, possiamo apprezzare meglio il valore della transumanza in cucina. Dell’amatriciana abbiamo già raccontato; l’extravergine abruzzese sarebbe un contributo dei pastori pugliesi, esperti olivicoltori; molto si potrebbe dire sulle infinite varietà di formaggi stagionati, ovviamente pecorini, e salumi essiccati. Di acquecotte e ‘zuppe del pastore’ esistono infinite varianti, ma tutte hanno come base brodo di pecora, erbe di campo e pane raffermo; pezzate e cotturi non sono indicate ai delicati di stomaco e agli schizzinosi. Infine, il re della cucina transumante, a quanto pare di origine non così antica: l’arrosticino, nato dalla necessità di recuperare la carne delle pecore vecchie, altrimenti immangiabile. Non è che facessero dei pranzi luculliani, i pastori.

Un po’ si rifacevano quando tornavano nei paesi di origine, parati a festa per loro. Le mogli preparavano pizze e dolci di bentornato, e mostravano loro i neonati concepiti prima dell’ultima demonticazione.

Poi, tre o quattro mesi dopo, a settembre, era di nuovo tempo di migrare.

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.